“CI RUBANO LA TERRA”

 

Di Antonio Gregolin  copyright@2016 di testi e foto

 

CI RUBANO LA TERRA? TORNIAMO ALLA TERRA

Lo scrittore vicentino, Paolo Groppo, funzionario delle Nazioni Unite prestato alla narrazione, racconta cos’è il land grabbing nel suo nuovo libro dedicato all’Africa “Libambos”.

paolo_libambos“Land grabbing” letteralmente sottrazione di terreno, è ormai un concetto entrato nel linguaggio corrente. Realtà antica, quanto prolifica ai nostri tempi. Sottrarre la terra al nemico, occuparla e sfruttarla, è pratica ancestrale e guerriera. Oggi, sviluppo e interessi economici-finanziari si rivestono da “agnelli”, quando invece le finalità è da “lupi”. L’accaparramento delle terre è legata agli interessi di pochi ricchi stati, che monopolizzati da influenti politici e uomini d’affari, seminano un’inquietante ombra sul futuro di molte delle nazioni in via di sviluppo. Grandi estensioni terriere, in macroaree geografiche: Africa e Sudamerica. E’ qui che il fenomeno prolifica da una decina di anni con una serie di tentacolari dinamiche geo-politiche. Materiale per appassionati di complotti. Humus per scrittori noir e gialli. Ma soprattutto terreno fertile per “uomini ombra”. Il vaso di Pandora, è quindi il mondo globalizzato, con l’etica sempre più al margine e lo sfruttamento delle terre fertili, ricchezza e flagello per le popolazioni autoctone. Il cinquantaseienne di Vicenza, Paolo Groppo, da un trentennio è funzionario delle Nazioni Unite, con una significativa esperienza nei paesi in via di sviluppo, è uno che i problemi globali li vive e ricerca possibili soluzioni: “Quando però non ci riesco, metto mano alla penna e mi trasformo in uno scrittore, tingendo di giallo la realtà che spesso supera la stessa fantasia”. Ma è pure un membro attivo delle associazioni che chiedono sostenibilità sociale, economica ed ecologica per il futuro del pianeta. Un “borderline” tra sviluppo ed etica, che l’ha visto trasformarsi negli ultimi cinque anni in uno scrittore socialmente impegnato, con all’attivo già tre romanzi gialli: “Esperanza” del 2012 dedicato al confronto-raffronto tra il nazismo e i desaparecidos argentini; fa seguito, nel 2014, “Marne Rosse” con il quale Groppo torna nella sua terra veneta, storia di un cementificio che si fagocita un vigneto di Amarone sui Lessini veronesi e, pochi mesi fa, realizza un salto continentale fino all’Africa con il suo ultimo sforzo narrativo: “Libambos”, appena pubblicato dalla casa editrice Elmi’s Word, che va ben oltre la patina del giallo narrativo.

Scrittore, ma principalmente esperto di cooperazione internazionale. Come concilia la sua anima di scrittore con quella di tecnico globale? “La ragione di fondo è la convinzione che le uniche risposte ai problemi creati dagli uomini su altri uomini, incluso l’impatto ambientale globale, si possono risolvere solo col lavoro di squadra. Dunque, nella cooperazione e quindi, concedetemi il peccato di vanità, nell’operato delle diverse istituzioni nazionali e globali, tra queste le Nazioni Unite”.

Il suo non è un saggio tecnico. Bensì, un giallo che ha come fine la metaforadarfur-unosulla nostra civiltà contemporanea. “Sì, scrivo gialli –spiega Groppo- raccontando vicende che solo in apparenza sono frutto di fantasia. Tra le righe, semino tutta la realtà che conosco e osservo nelle varie aree del mondo, con uno stile “leggero” che riesca a “catturare” il lettore e lo trascini verso l’obiettivo finale: la formazione e l’informazione alle coscienze di buona volontà”.

“Libambos” è il titolo del libro . Che significa?  “In Angola, con il termine “libambos” s’indicava le catene che gli schiavi portavano ai piedi, sulle navi che salpavano verso l’America. La ragione del titolo, rimanda a un sentimento di schiavitù, che viene da un ragionamento che l’ispettore di polizia James Culone –uno dei protagonisti del giallo- fa parlando con un gruppo di persone della comunità dove è successa la violenza e l’omicidio di Pureza Mwito. In questo contesto, il land grabbing, è una moderna forma di colonizzazione”.

Il tema del libro è la sottrazione dei ricchi ai poveri, lei come vive tutto questo? “Il “grabbing” delle risorse naturali non riguarda solo la terra, ma anche l’acqua, le foreste, le risorse genetiche e oramai anche la sabbia e l’aria. Questione antica, coloniale, che è tornata ad avere visibilità solo di recente grazie alla Rete che ha fatto aumentare l’interesse della comunità internazionale e della gente comune verso il fenomeno. L’obiettivo, la sfida è quello d’intervenire nelle forti asimmetrie di potere, per lanciare processi di dialogo e negoziazione che siano abbastanza solidi da arrivare a cambiamenti di politiche e leggi, promuovendo una centralità molto più forte degli attori locali. Lavorare per le Nazioni Unite come nel mio caso, permette che le parole appena dette abbiano un peso diverso, e i governi sentano di essere sotto una lente di controllo, favorendo così qualche piccolo spiraglio su un possibile dialogo.

Ciò significa, intervenire anche sui possibili flussi migratori che ci toccano da vicino? “Ciò che vediamo spesso solo le conseguenze, mai le cause dei problemi. Il principio resta quello del battito d’ala in una regione remota del pianeta, che diventa poi ciclone dall’altra parte della terra. Così sono i flussi migratori. A questo aggiungiamoci l’instabilità -spesso pilotata dei governi africani-, con l’accaparramento delle risorse naturali: petrolio, diamanti, uranio, coltan, alluminio, ecc. ed ecco che il quadro si fa completo. In “Libambos” infatti, racconto una vicenda che non è poi tanto astrusa. Molti imprenditori raggiungono l’Africa per acquistare a prezzi stracciati le terre con la scusa di produrre, mettendo al tappeto le economie agricole locali. Il nostro è un meccanismo economico che distrugge lavoro, per cui chi esce dal settore agricolo, che permette a tutti i membri della comunità di lavorare, non trova alternative e quindi non ha altra scelta che migrare. Se vogliamo quindi arginare il fenomeno, dobbiamo ricominciare a rafforzare le economie contadine indigene, avvallandoli nei loro diritti: che è quello che nel libro viene chiamato a fare l’ispettore di polizia…”.

L’etica concentrata nell’enciclica di papa Francesco “Laudato si” che lei definisce come “il più rivoluzionario documento mondiale               degli argentina1ultimi dieci anni“Assolutamente. L’approccio che cerchiamo di portare avanti con i nostri progetti di cooperazione internazionale, parte proprio da una riflessione sul comportamento pratico dell’essere umano, e da tre concetti semplici e sequenziali: Dialogo, che richiede accettazione dell’altro, di chi è diverso da noi. Negoziazione, contrapposto ad una generica “partecipazione”, troppo spesso strumentalizzata. Concertazione, per ricordare come il prodotto finale del processo precedente debba essere legittimato agli occhi degli attori interessati. Il nostro è un approccio basato sui diritti (Rights Based Approach) ma che aggiunge, complementandolo, una dimensione etica che mira alla legittimità sociale e legale. Combinare tutto ciò con l’economia reale è possibile. La nostra sfida però va ancora al di là e include anche la dimensione ambientale, con la ricerca di accordi (patti territoriali socio-ecologici) che vanno nella direzione indicata dall’enciclica”Laudato si”.

L’Italia concorre alle cause ed effetti da lei raccontati? L’Italia é un attore minore, anche se importante. I grandi gruppi mirano alle stesse politiche per garantirsi l’accesso privilegiato alle risorse del Sud del mondo, a suon di mazzette. Noi dovremmo quindi prendere più coscienza, anche per questioni geografiche, visto che siamo così vicini all’Africa. E’ d’interesse nazionale favorire dinamiche locali nei paesi africani diverse da quelle cui assistiamo, altrimenti finiremo col pagarne un prezzo più elevato”.

L’ONU viene però additata quale strumento in mano ai grandi imperi mondiali, dai costi smisurati. Pochi anni fa venne realizzato, su richiesta dei paesi membri, un audit della FAO, del suo mandato, capacità e risorse. La conclusione fu molto chiara: se questa venisse chiusa, un’altra FAO dovrebbe risorgere il giorno dopo. In discussione non è tanto il suo mandato, che obiettivamente è molto ma molto grande e forse fuori dalla sua portata, quanto le risorse e soprattutto quel minimo di volontà politica da parte dei paesi membri di trasformare in azioni proprie i suggerimenti che possono venire dalle agenzie ONU. Non é nemmeno un problema di avere molti più soldi, ovvio che quelli aiutano, ma soprattutto il poter essere più incisivi a livello di politiche, legislazioni, sempre nel rispetto ovvio che si deve ai vari paesi membri”.

1901909_671736479600250_3819659328449277431_nPer concludere, il libro snocciola una storia noir dai risvolti drammatici per la vita di milioni di persone nel mondo. Qual è il  futuro che prospetta per il    pianeta? Continuo ad essere diviso tra il vedere l’approssimarsi di una terza guerra mondiale (per citare il Papa), per l’incapacità di parlarci, ascoltarci e accettarci. Con la protezione dell’unica Terra insufficiente a contrastare gli appetiti economici e finanziari globali. Poi perché le capacità di “governare” questi fenomeni sfuggono sempre più a una classe politica che non brilla per iniziative, finendo con l’ impaludarsi in meccanismi economico-finanziari sempre più opachi. L’altra mia metà invece, resta ottimista e possibilista, intravvedendo le molte nuove capacità che pullulano dalla base sociale. Per questo scrivo romanzi: per andare in giro a spiegare ad un pubblico più vasto cosa sono questi grandi fenomeni globali, ma anche individuali, giungendo alla conclusione del protagonista del libro: ricominciare dal basso e riiniziare finalmente ad essere vera comunità umana”.

 

EMMA, CON LE ALI AI PIEDI

   di Antonio Gregolin      copyright@2016 foto e testo riservati

 EMMA CON LE ALI AI PIEDI

E’ considerata la “abuela” più longeva al mondo.

E non si ferma…

Copia di DSC_9015Una nonna che vola. Anzi cammina, cammina… Novantadue anni in completa autonomia. Cinquanta chili di peso. Trentacinquemila chilometri percorsi a piedi. Ventitré pellegrinaggi internazionali compiuti e ripetuti (Lourdes (Francia) dove ha iniziato e vorrebbe terminare, poi Fatima (Portogallo), Monterey (Mexico), Loreto, Czestochowa (Polonia), Nevers (Francia), Aparecida (Brasile), la più recentemente Lujan (Argentina) e altri ancora che vorrebbe compiere, tanto da essere nominata come la più anziana pellegrina d’Italia, se non del mondo intero. Una quindicina di libri-diario redatti durante i suoi viaggi.  Un’infanzia di estrema povertà, dove mangiava patate e pane impastato con paglia e farina. Un trascorso come “dama di compagnia” nelle nobili casate mantovane dei primi del ‘900, fino a diventare negli ultimi decenni assistente degli ammalati. DSC_9062Tutto concentrato nel corpo minuto e spesso segnato dal cammino di Emma Morosini (1924), che vive in una minuscola casupola che  pare fatta su misura per lei, dove l’essenziale pare rispecchiare il carattere dell’anziana signorina che troviamo intenta a ricamare cuscini con fili colorati alla vecchia maniera. Difficile immaginare che quella sia una “donna da primato”: una “abuela del camino”, nonna del cammino come gli argentini l’hanno ribattezzata. “Preferisco essere il “burro de Dios”, cioè asinello di Dio in spagnolo, perché in questo mi rivedo!” ribatte lei. Il senso è celato dentro quel suo “cammino esistenziale” prossimo al secolo di vita, quando superati i sessant’anni, tempo in cui i più respirano il sapore della pensione, Emma ha invece avuto una esplosione di vitalità, trasformandosi in pellegrina per gratitudine.

13754408_601143250047640_296282678360673408_nDa trent’anni nel pittoresco borgo di Castiglione delle Stiviere  sulle colline mantovane che si spingono fino il Lago di Garda, dove ebbe i natali il giovanissimo santo Luigi Gonzaga e due secoli fa la nascita della Croce Rossa nei campi di battaglia di Solferino, quando Emma  non è a casa, tutti pensano che sia in cammino. Non sanno verso dove, ma gli infissi chiusi della sua casa, sono come le pagine bianche di una nuova impresa scritta coi piedi e sotto il peso degli anni. “Tornerà, tornerà…” ripete il vicino. “Ce la farà pure stavolta!” esclama chi conosce la tempra di Emma. “Negli ultimi anni  –racconta la pellegrina- mi preoccupo solo di acquistare il biglietto aereo di sola andata per arrivare nella nazione dove vado a camminare. Alla mia età hai solo licenza di pensare di partire, ma il tornare è dato solo alla provvidenza del cielo. Che per ora mi ha permette di ritornare…”. Ma un “angelo in terra” Emma ce l’ha: è Antonio, l’amico volontario che da qualche anno da casa la segue e gli organizza la logistica, i percorsi, compresi i voli di rientro. Per il resto, di “connesso” Emma conserva solo il cellulare di prima generazione. Niente computer o GPS satellitare. Copia (2) di DSC04850_620x413Niente sponsor o scarpe tecniche: “Ad un pellegrino è sufficiente la fede. Il resto ti arriva dal cielo” ammonisce lei. “Le scarpe spesso me le regala qualche amico, che sa come io compro sempre quelle che costano meno…”. Un viaggiare essenziale il suo, ma con una licenza: “Non posso più permettermi di portare lo zaino, come ho fatto fino a ottantanni. Per questo ho trasformato un carrellino della spesa in una portantina che mi permette di caricare una valigia fino a 10 kg di peso, trainandola come fossi una “somarella”. Ma a pesare di più, spesso è l’acqua indispensabile al cammino…”. Così vedendo lungo il ciglio di una strada questa nonnina col carrello e giubbetto catarifrangente, dietro cui incolla l’immagine della Madonna che va ad incontrare, sorge spontanea la domanda: “Ma chi glielo fa fare alla sua età?”. “Semplice -risponde lei- vado ad incontrare la nostra madre celeste”. “Non sono mai stata una sportiva e prima dei sessant’anni non ho mai compiuto alcun pellegrinaggio a piedi, tanto più da sola. Copia di Emma-Morinsini-2_1Fino al 1988, quando una brutta peritonite mi portò ad un passo dalla morte. I medici erano pessimisti, io invece restavo fiduciosa, promettendo che se avessi superato l’operazione, sarei andata da Castiglione fino a Lourdes a piedi”. Un voto disperato: “Invece sono guarita e nel ’90 andai prima due volte in bici a Lourdes, poi nel 1994 a piedi e da sola lungo tutti i 1300 km. Ricordo che allora un prete, santo nello spirito, ma inesperto nei pellegrinaggi, mi rassicurò dicendomi: “Vai e dove troverai un campanile, fermati, bussa e ti sarà aperto! Finii spesso col dormire in mezzo ai campi, sotto le stelle e quasi mai nelle canoniche, perché vedendo una donna sola e spossata dal cammino, venivo confusa per una barbona o fattucchiera”.

Sarà forse questa sua disarmante semplicità a renderla pressoché immune dai pericoli strada, fatta eccezione per la caduta accidentale in Argentina dell’anno scorso. Passato qualche giorno e nonostante il visto ammaccato, Emma si riprese e ostinatamente tirò dritto fino alla meta.Copia di Copia di 4149_5 “In trent’anni di cammini –ricorda lei- una volta sola ho avuto paura. Fu durante il viaggio dalla Siria a Gerusalemme nel 1998, quando dopo essere stata derubata, schermita e presa a sassate, degli uomini chiedevano “altro” da una vecchia e scalcinata donna come me. Riuscii a fermare un carretto e farmi trasportare per qualche chilometro, fino a quando i conducenti pretesero che gli consegnassi i pochi spiccioli rimasti. Altrimenti…Il Signore però ha voluto proteggermi, mostrandomi in lontananza un distributore di benzina. A quel punto dissi che lì c’era qualcuno ad attendermi! Nel dubbio e per mia fortuna, mi lasciarono andare incolume…”. “Non trovo però differenze tra le strade del mondo e quelle dello spirito. La strada è unica, l’umanità è in cammino.52723b1c878tdpimax- Ciò che fa la differenza è “il sentici nel mondo o del mondo” come scrive il Vangelo”.”Credo di avere una naturale predisposizione verso gli altri. Frutto di quella educazione alla solidarietà che ai miei tempi significava sopravvivenza”. “Per più di trent’anni ho assistito gli infermi e malati terminali, senza mai chiedere un compenso fisso, ricevendo solo offerte, che spesso andavano oltre le mie necessità. Tra le mie certezze, vi è quella che la felicità sia amare”.“Ecco perché dico si essermi innamorata del cammino. Una sorta di vocazione che fatico a spiegare. Qualcuno dirà che sono una “pazza”, andarmene tutta sola per il mondo a  novant’anni suonati. Un prete arrivò a dirmi: “Ma chi te lo fa fare? Non è mica il Padreterno a chiedertelo!”. Risposi che era vero, ma avrebbe saputo lui rinunciare alla sua vocazione se gliel’avessero chiesto?”. “Un pellegrinaggio non è una vacanza. Molti dei pellegrini che incontro oggi per strada, si mostrano fiacchi e non sempre con lo spirito giusto”. Ma anche volendo evitare le tentazioni della modernità, accade che sia questa a venirti incontro, al punto da trasformarti in un caso nazionale.images (1) E’ accaduto ad Emma nel 2015 durante il pellegrinaggio in Argentina, quando percorrendo i 1400 km che l’avrebbero portavano al santuario della Vergine di Lujàn (dove è tornata anche in questi mesi Ndr) , venne paragonata a Forrest Gump, l’omonimo personaggio del  film che aveva deciso di correre da solo per l’America, con  la gente che lo seguiva nel suo viaggio. “Successe pure a me, dopo che televisione e giornali argentini si interessarono del mio cammino, senza però che io parlassi con un solo giornalista. La mia solitudine diventò presto un corteo di migliaia di mille persone che mi seguivano. Ci furono problemi di viabilità, e tutto questo trasformò il mio pellegrinaggio, nel pellegrinaggio di migliaia di persone. C’era chi pensava che fossi una santa. Venivano a toccarmi e a chiedermi i vestiti. Mi ponevano al collo decine e decine di rosari al punto che non ce la facevo più e dovetti chiedere l’intervento la polizia che mi offrì una scorta. Durante il cammino, si avvicinò uno dicendomi di essere il nipote di papa Francesco.Copia di emma_2 Lì per lì non capii bene. Il giorno seguente tornò insistendo che  “Francesco voleva incontrarmi”. Lo ignorai ancora pensando ad uno scherzo. Fu un vescovo poi a presentarmi  ufficialmente quel giovane, dicendo che al mio rientro in Italia il papa mi avrebbe ricevuto. Diffusasi la notizia la gente iniziò così a consegnarmi centinaia di lettere da consegnare al pontefice”. L’incontro con Francesco è avvenuto un anno fa in Piazza San Pietro: “Mi emoziono ancora – conclude Emma-, ricordando le sue parole. “Vai avanti Emma, vai per la tua strada…” mi disse il papa. In quella occasione gli consegnai un pacco di lettere da cinque chili, raccolte nella mia peregrinación argentina. Vedendo le lettere, mi rispose: “E’ proprio il caso che allora io vada a trovarli!”. Una benedizione che Emma ha trasformato in testamento: “Per questo non mi fermerò e camminerò per il mondo finché il cielo me lo permetterà”.          

UN’ULTIMA PERSONALE IMPRESSIONE:

Immagine AMAT 023credo che per la semplicità, la schiettezza, l’umiltà e sincerità dimostratami da questa anziana pellegrina, tra i tanti miei incontri, interviste e storie raccontate, questa sia tra  quelle che ricorderò con maggiore affetto e piacere. Credo inoltre che, persone così se ne incontrino poche volte nella vita. E quando accade, come nel mio caso, la si debba reputare una fortuna da condividere. Il tutto racchiuso da questa mia foto (a lato) di Emma Morosini: la donna con le ali ai piedi. 

GIULIETTA E ROMEO… DEI CAMPI

Di Antonio Gregolin – testo e foto riproduzione vietata copyright 2011-                                

GIULIETTA E ROMEO DEI CAMPI 

L’esperienza di un ragazzo siciliano e una giovane padovana che a ventuno anni, da operai decidono di diventare –contro tutto e tutti-  coltivatori biologici. Un esempio per i tempi della crisi.

Ad intrecciare questa storia d’amore, ci sono due giovani con la medesima età. Una passione condivisa, ma soprattutto oggi, l’attaccamento alla terra, tale da poter essere definiti come “Giulietta e Romeo dei campi”. Una doppia storia d’amore nata da un capo all’altro dell’Italia, che oltre ad unire le loro anime, sanciscono il loro legame sul campo lavorativo a stretto contatto con la terra. Hanno così reinventato il loro futuro di coppia. E dire che entrambi vantavano un posto assicurato dentro un capannone tra le industrie del profondo Nord, quando decidono di licenziarsi per inseguire un sogno: diventare agricoltori biologici.

Lui, Davide Russo è un ventisettenne siculo di Mirto nel profondo Messinese, cresciuto tra cielo, mare e terra, circondato da ulivi e agrumi nella masseria del padre “Pippo”. Lei, Mara Zulato, ventisette anni di Baone nella Bassa Padovana, ha fatto la spola fin da ragazzina tra il Nord e il Sud, dove andava in vacanza da parenti nello paesello di quello che sarebbe diventato il suo compagno di vita. Per anni la loro fu un’amicizia scandita dai tempi della scuola e dell’estate vacanziera in Sicilia. Poi la scintilla che diventerà amore giovanile, nonostante gli oltre mille chilometri che li separavano. Davide è cresciuto con i valori contadini del buon cibo, della vita all’aria aperta e la coltura dei campi. Mara invece, ha sempre respirato l’aria del Nordest produttivo e imprenditoriale. Ragazzi diversi ma semplici, entrambi con un diploma di pasticceri, ma con prospettive diverse da quello per cui avevano fin lì studiato. Il loro amore diventato ormai stabile, impose raggiunti i diciotto anni delle scelte drastiche, con Davide che nel 2008 decide di lasciare la Sicilia per trasferirsi laddove vive la sua “Giulietta”. “Una scelta sofferte –racconta Davide-, al punto che il giorno in cui lasciai casa mia, andai a salutare gli alberi e gli animali  del posto…”.

A Baone ad aspettarlo c’era Mara, come un mondo totalmente diverso da quello che aveva lasciato in Sicilia. Alle pendici del Parco Regionale dei Colli Euganei (Pd), chi oggi lavora la terra sono solo i vecchi. I giovani studiano e trovano impiego in ufficio o nei  capannoni industriali. L’agricoltura dunque è cosa per pochi, con l’industria che ha fagocitato campi e tradizioni e faceva sentire il giovane siciliano, arrivare da un altro mondo.  “C’è una nuova vita da rifarsi..” pensava Davide che accetta di lavorare come magazziniere e poi operaio in un’azienda locale: “Intravvedevo i campi solo nel breve tragitto da casa ai capannoni -racconta Davide-, e ogni volta qualcosa mi turbava dentro…”. Nel frattempo, viene assunto a tempo indeterminato, così che  il futuro per lui sembra assicurato. Per due anni Davide dimentica la terra e vive tra scaffali e pareti di cemento. I suoceri veneti, erano soddisfatti: “Ti abituerai…” gli ripetevano. Mentre il padre Giuseppe dalla Sicilia, percepiva  che  qualcosa nel ragazzo non andava

Il miraggio del Nord visto dal Sud sembrava essersi coronato con il posto in fabbrica, ma l’altro suo grande amore, quello per la terra, l’avrebbe presto indotto a compiere “la pazzia più gioiosa e faticosa della sua vita” come oggi la definisce Davide. “Ogni giorno mentre mi trovavo in fabbrica, mi ripetevo: tornerò alla terra. Ma non sapevo come e quando ciò sarebbe accaduto e mi dicevo che il tutto sarebbe rimasto un sogno!”. Così non fu, e prese presto quella decisione che lo portava contro tutto e tutti. Un giorno del 2010 la svolta. Prende in affitto alcuni ettari di terra da un contadino locale, e di lì a poco si licenzia per diventare a tutti gli effetti l’agricoltore che si sentiva dentro. “Affittai con qualche risparmio, quattro ettari di terra agricola nel territorio di Baone, cominciando a coltivare le mie idee e la mia passione”. Non gli bastava  essere un agricoltore tradizionale, in testa aveva un progetto più radicale: “Volevo dare agli altri ciò che la terra mi aveva dato, convinto che produrre cibo genuino, sia un modo per amare noi  come pure gli altri”. Mara con qualche perplessità, vede Davide determinato. Pensa inizialmente ad una sbandata giovanile, ma il ragazzo in pochi mesi e con l’esperienza di uomo cresciuto in campagna, diventa a tutti gli effetti un lavoratore dei campi del Nord. “Conoscevo la sua ostinazione e lo spirito di sacrificio di cui era capace –racconta Mara-, così lo lasciai fare, convinta che nessuno l’avrebbe fermato…”. Invece di trovare incoraggiamento, trovò subito chi lo ammoniva sull’errore che stava compiendo: “I primi a sconsigliarmi di coltivare ortaggi in quella terra, furono gli stessi agricoltori locali, avvezzi ai soliti metodi di coltura tradizionale. Figuriamoci dover spiegare loro che volevo mettere in pratica l’agricoltura biologica, la loro espressione facciale valeva più di ogni loro considerazione verbale”. In paese tutti lo vedevano come un sognatore ad un passo dal fallimento: “Qui –mi ripetevano- non se magna coi campi…!” Ma Davide non molla e oggi può sostenere d’aver dato la sua risposta. Trascorsi i primi anni e consolidata l’attività agricola,  il suo nuovo passo è stato l’acquisto di quattro ettari di terra e qualche altro campo preso in affitto. Oggi ha aperto un punto di distribuzione a Baone con il nome di “Orto del Sole” (www.ortodelsolebio.it), dove vende il raccolto dei suoi campi: pomodori, patate, peperoni, zucchine, meloni, angurie e perfino l’antico grano “monococco” con cui si sfamavano le legioni romane. Ma anche verdura e frutta ormai dimenticata, all’insegna della biodiversità che Davide vuole rispettare e fare riscoprire. “Mi sono fatto arrivare sementi antiche dalla Sicilia, varietà di verdure da varie parti d’Italia e ho piantato un frutteto di frutti antichi. Tutto rigorosamente di stagione, coltivato coi crismi della più rigida naturalità”. Dall’azienda al banco di verdura nei mercati biologici è stato breve, tanto che due volte alla settimana loro raggiungono le piazze di Padova e provincia per commercializzare la sua frutta e verdura.

Nel frattempo, la giovane fidanzata Mara, contagiata dalla passione del suo “Romeo”,  ne calca l’esempio pensando ad un possibile sbocco futuro insieme nei campi. I due diventano una coppia anche sul piano lavorativo. Le difficoltà degli inizi non mancano. I guadagni sono pochi e le fatiche tante: “Nella bella stagione – ricorda Davide- arriviamo nei campi alle cinque del mattino, per finire alle nove di sera. Le vacanze possiamo concedercele solo a dicembre e per due settimane, quando faccio ritorno in Sicilia. La raccolta della verdura non da tregua, basta guardare le sue mani”. “Oggi i campi che coltiviamo sono diventati nostri, e nella stagione dei raccolti possiamo anche assumere qualche giovane bracciante agricolo. Sempre più giovani disoccupati in questi anni vengono  a chiederci di raccogliere verdura, ma dopo essersi  accorti di quanto duro sia il lavoro nei campi, mollano tutto e se ne vanno…”.

CAM00126“La mia vita è radicalmente cambiata -aggiunge il giovane agricoltore-, e l’essere passato dal cemento ai campi è una rivoluzione che mi ha profondamente trasformato.  Oggi stagioni e luce sono i nostri indefessi datori di lavoro. In estate, prima arrivano i pomodori, i meloni, le angurie, le zucchine e la “pastinaca” (la carota bianca), e una infinita gamma di varietà orticole che sembrano scomparsi dai mercati. La biodiversità è una ricchezza di sapori e gusti, sempre più sconosciuti al nostro palato. I clienti ci chiedono tutto su misura. Le regole del mercato dettano legge e modificano i comportamenti”. Una tendenza cui Davide si oppone: “Cerco di proporre sempre ai nostri clienti varietà orticole che spesso neppure conoscono. Verdura colorate che arriva dal sud Italia o frutti da incroci selvatici. Oggi, più che i gusti, bisogna coltivare ed educare gli acquirenti!”. “Per noi –gli fa eco la compagna Mara-, tutto dipende dal tempo che fa, e  ritmi delle nostre giornate vanno ben oltre l’orario di fabbrica cui eravamo avvezzi. La nostalgia per il posto fisso ogni tanto riaffiora, ma  poi guardo lui e vedo il suo rapporto con la terra, e tutto mi passa…” .

1La vocazione per la coltivazione biologica (prima era stata anche biodinamica), per Davide  “non è una moda, ma uno stile di vita e sta tutto nella radicata conoscenza della terra” applicata alle moderne conoscenze di coltivazione. Per questo si limita al massimo nell’utilizzo di mezzi meccanici. L’unico sostegno, ce l’ha da un vecchio trattore che usa per dissodare i campi. Qui anche il frigo nell’azienda è “naturale”: “Conserviamo patate, zucche e meloni ecc. direttamente sotto la paglia come facevano i miei nonni. IMG-20151013-WA0020E funziona, credetemi!”. Eppure, Davide non ha rinunciato alla spensieratezza di una macchina sportiva e il palmare: “Chi l’ha detto che uno che produce naturale deve essere fuori dal mondo?”. Se poi gli chiedete il perché della sua perfetta abbronzatura, sorride e indica i campi. “Altro che la spiaggia!” risponde. Alla fine viene spontaneo se dopo tutto questa è la vera felicità? “Non so se sia felicità piena! Ma so per certo quanto sarei infelice senza i miei campi e questo lavoro…”, risponde il giovane con una saggezza naturale, che si avvale del sorriso della sua compagna, intenta a spostare casse di pomodoro, coltivati come “la terra comanda“. Un amore quello di questa “Giulietta e Romeo” che vogliono far cresce e matura proprio nei campi che coltivano.