E’ IN ARRIVO UNA NUOVA STORIA CREDIBILE:
ETTORE MO, uno dei più famosi (e ultimi) reporter italiani. Semplicità, esperienza e saggezza …da leggere.
PER ORA LEGGITI IL MIO NUOVO PUNGIGLIONE!
E non bastano ancora per ringraziare tutti quelli che in un anno e mezzo dalla fondazione di STORIECREDIBILI hanno visitato, divulgato e sfogliato queste storie.
TRENTAMILA visitatori da ogni parte del mondo che cercano un’Italia credibile. Con italiani che si raccontano. Gente famosa e meno, che ha in sé l’ideale dell’onestà e genuinità, spesso nascosta dal troppo fumo di questi tempi.
Per dirvi GRAZIE, eccovi non uno, ma ben TRE regali: la storia dell’alpino che scala il secolo, per ricordare la prossima Adunata degli alpini di Bolzano. A seguire l’intervista con l’ultimo dei grandi inviati “speciali”, Ettore Mo.
IL PUNGIGLIONE, è la mia “storica” rubrica di costume e società che scrivo da oltre 13 anni in vari mensili e settimanali. Da oggi sarà per te disponibile settimanalmente cliccando sulla nuova icona di destra.
ANTONIO GREGOLIN
di Antonio Gregolin -copyright 2012 foto e testo-
SPECIALE ADUNATA ALPINI 2012
SUL CAPPELLO… DELL’ULTIMO REDUCE ALPINO
E’ una delle icone delle adunate nazionali degli alpini, Cristiano Dal Pozzo, 98 anni di Rotzo(Vi), reduce dell’Abissinia, da oltre quarantacinque anni non salta un appuntamento. A Bolzano ( dal l’11 al 13 maggio 2012) ci sarà anche lui, per il solito bagno di folla.
Di alpini veri, quelli cioè che hanno combattuto al fronte, ne sono rimasti pochi. Anzi, pochissimi, tanto che ogni anno c’è chi fa la conta dei reduci per capire chi è presente, e chi invece è “”passato oltre”. Il più longevo degli alpini, Giovanni Andriano 105, si è spento nel Canavese solo pochi mesi fa. E chi resta, continua a segnare il passo nelle sfilate alpine nazionali. Tra i più arditi e motivati ormai è rimasto solo lui, Cristiano Dal Pozzo, 98 anni di Rotzo sull’Altopiano di Asiago (Vi). Un alpino quasi per destino, visto che è cresciuto e vissuto respirando l’aria della Grande Guerra. Granitico come le sue montagne ha una volontà di ferro nonostante i due bastoni su cui si sostiene: “Là c’è Asiago, lì Roana, el mè paese Rotzo el zè drio ea costa dea montagna…” mi spiega l’anziano sull’uscio della sua piccola casa che guarda un campo di patate che hanno permesso di sfamare un intera generazione dei Dal Pozzo: le stesse che poi avrebbero reso celebre il paese per la bontà dei suoi gnocchi.
E’ questa la geografia di una vita.
Quel “mondo antico” che il vecchio alpino Cristiano conosce a mena dito: “Anca a oci sarà”, aggiunge lui ironicamente. “Qui di vecchio ci sono le montagne e poi ghe son mì, coi me novantotto anni”, confermati dall’anagrafe comunale: 1 dicembre 1913. Quassù è naturale che Cristiano sia ormai una personaggio pubblico, con tanto di book stampa e fotografie con presidenti e ministri durante le tante adunate nazionali cui è mancato solo due volte. “El discorso se fa lungo – replica l’anziano sull’uscio di casa – ze mejo che el vegna dentro!”. E con noi entrano spedite anche quattro galline: “Sho, sho -fa lui con un gesto di mano- quando se ze veci, anca le gaine ga pietà de tì”. S’intuisce che lo spirito non gli manca, come la volontà d’indipendenza che lo porta ancora a rifiutare l’invito dei tre figli che lo vorrebbero a casa con loro: “Qua sto’ benon!” è la risposta.Basta allora qualche data perché i ricordi riaffiorino in lui con estrema lucidità, coloriti da quel vigore degli ultimi “cimbri” di Asiago, testimoni di un passato che qui è impregnato dei racconti dello scrittore, Mario Rigoni Stern.

Ma l’alpino Cristiano non è un letterato, e tanto meno uno scrittore. I suoi appunti gli servono per rinfrescargli la memoria. Tre foglietti scritti di pugno con una calligrafia ancora precisa che ci riportano a quel 1935-1936, nel deserto dell’Etiopia, seguito poi dalla Libia nel 1943, passando poi per Bolzano, fino a cadere dopo l’8 settembre del 1945 prigioniero dei tedeschi in un campo di concentramento, “dove ho cercato di sopravvivere alla fame e alle pulci”. Da giovane alpino colonialista fascista a prigioniero, il tutto nei dieci anni della sua gioventù trascorsi al fronte: “Ci riempivano la testa dicendoci che avremmo visto cose grandi e fondato un impero. Ma alla fine, ero partito povero e sono ritornato sconfitto. La guerra è sempre una cosa sporca, ma noi “coloniali” eravamo convinti di portare la tecnologia che avrebbe permesso lo sviluppo delle popolazioni indigene del Negus. Ci sbagliavamo!”commenta lui oggi.
“La mia fortuna è stata quella di rimanere nelle retrovie con l’incarico di marconista: addetto cioè alle trasmissioni. Non ho mai sparato un colpo o ucciso alcuno, perché ero impegnato a trasmettere agli alti comandi le informazioni dai campi di battaglia”. Una specie di cronista, insomma: “Il mio compito era raccontare la guerra a qualche centinaio di metri dal fronte e riferire ai comandi ciò che avveniva. Cosa per niente facile, quando si trattava di descrivere orrori!”. “Ricordo ancora l’eccitazione che avevamo noi giovani combattenti volontari, partiti per colonizzare l’Africa. Non avevamo paura, solo perché eravamo incoscienti…”. Ora che la storia ha svelato tutti gli errori di un periodo storico che ha provocato milioni di morti, a Cristiano gli si arrossano ancora occhi rossi quando fa memoria del suo passato. Gli stessi ricordi che “continuano a tenermi compagnia durante i lunghi e freddi inverni che abbiamo qui.
Sul tavolo della cucina ricoperto da una tovaglia cerata è appoggiato il suo cappello deforme da alpino: un vero e proprio cimelio di guerra. Un cappello color sabbia con la penna ormai ridotta ad uno stelo: “E’ l’originale –precisa Cristiano-, compresi i rinforzi in sughero e gli occhiali originali e poco funzionali,che mi servirono nei deserti durante la Campagna d’Africa del 1935. E’ tutto quello che mi rimane di quel periodo, con due croci di ferro al valore militare”.

“Ricordo l’eccitazione che allora avevamo noi giovani combattenti volontari, partiti per colonizzare l’Africa. Ci riempivano la testa dicendoci che avremmo visto cose grandi e fondato un impero. Ma alla fine, ero partito povero e sono ritornato sconfitto!”. “La guerra è sempre una cosa sporca, ma noi “coloniali” eravamo convinti di portare la tecnologia che avrebbe permesso lo sviluppo delle popolazioni indigene del Negus. Ci sbagliavamo!”. Gli alpini comunque lui non gli ha mai lasciati; li porta nel cuore e quando settantacinque anni dopo racconta di quelle gesta nel deserto, gli brillano ancora gli occhi: “Non avevamo paura, solo perché eravamo incoscienti…”.
Non conoscevamo nulla dell’ambiente africano dove ci spedirono, per di più male equipaggiati. Vidi così il mare per la prima volta il giorno stesso della mia chiamata alle armi. La guerra però Cristiano l’aveva sfiorata fin da piccino, quando nel 1915 le truppe austroungariche occuparono l’Altopiano e la sua famiglia fu costretta a migrare in un paesino della pianura dove rimasero per venti anni come “sfollati”. Tra una guerra e l’altra per Cristiano arrivò anche il tempo dell’amore, con Angelina Belfiore. Richiamato al fronte all’inizio della Seconda Guerra mondiale, Cristiano viene spedito nuovamente per l’Africa.

Quando fa ritorno a casa sono passati quattro anni e una vita da rifare. Dalla pianura ritorna nella sua Rotzo a coltivare patate. Mezzo secolo dopo, prossimo al suoi cento anni, ha stabilito a chi lascerà i suoi cimeli: lo storico cappello e divisa da alpino. Lo regalerà al museo locale di storia. Intanto, si prepara alla prossima adunata di Bolzano: “Certo che vorrò esserci –aggiunge lui- sono più di quant’anni che partecipo, e non sono mai mancato, inclusa quella di Latina nel 2009, a 96 anni”.

Girare non lo stanca perché “mi fa sentire libero e vivo”. Una vitalità la sua, che esplode proprio quando sotto una cascata di applausi, l’alpino centenario sceso dalle montagne di Asiago, sfilerà lungo i viali di Bolzano, anticipato da uno striscione che ricorda i reduci dell’Abissinia. E’ ormai rimasto solo l’alpino Cristiano, ma forse è questo che gli fa mostrare uno scatto d’orgoglio: i cento metri davanti alla tribuna delle autorità, lui li vuol ancora sulle proprie gambe, distribuendo sorrisi e baci, come una star col cappello da alpino.
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SCATTI DI MEMORIA …da Bolzano 2012