GIULIETTA E ROMEO… DEI CAMPI

Di Antonio Gregolin – testo e foto riproduzione vietata copyright 2011-                                

GIULIETTA E ROMEO DEI CAMPI 

L’esperienza di un ragazzo siciliano e una giovane padovana che a ventuno anni, da operai decidono di diventare –contro tutto e tutti-  coltivatori biologici. Un esempio per i tempi della crisi.

Ad intrecciare questa storia d’amore, ci sono due giovani con la medesima età. Una passione condivisa, ma soprattutto oggi, l’attaccamento alla terra, tale da poter essere definiti come “Giulietta e Romeo dei campi”. Una doppia storia d’amore nata da un capo all’altro dell’Italia, che oltre ad unire le loro anime, sanciscono il loro legame sul campo lavorativo a stretto contatto con la terra. Hanno così reinventato il loro futuro di coppia. E dire che entrambi vantavano un posto assicurato dentro un capannone tra le industrie del profondo Nord, quando decidono di licenziarsi per inseguire un sogno: diventare agricoltori biologici.

Lui, Davide Russo è un ventisettenne siculo di Mirto nel profondo Messinese, cresciuto tra cielo, mare e terra, circondato da ulivi e agrumi nella masseria del padre “Pippo”. Lei, Mara Zulato, ventisette anni di Baone nella Bassa Padovana, ha fatto la spola fin da ragazzina tra il Nord e il Sud, dove andava in vacanza da parenti nello paesello di quello che sarebbe diventato il suo compagno di vita. Per anni la loro fu un’amicizia scandita dai tempi della scuola e dell’estate vacanziera in Sicilia. Poi la scintilla che diventerà amore giovanile, nonostante gli oltre mille chilometri che li separavano. Davide è cresciuto con i valori contadini del buon cibo, della vita all’aria aperta e la coltura dei campi. Mara invece, ha sempre respirato l’aria del Nordest produttivo e imprenditoriale. Ragazzi diversi ma semplici, entrambi con un diploma di pasticceri, ma con prospettive diverse da quello per cui avevano fin lì studiato. Il loro amore diventato ormai stabile, impose raggiunti i diciotto anni delle scelte drastiche, con Davide che nel 2008 decide di lasciare la Sicilia per trasferirsi laddove vive la sua “Giulietta”. “Una scelta sofferte –racconta Davide-, al punto che il giorno in cui lasciai casa mia, andai a salutare gli alberi e gli animali  del posto…”.

A Baone ad aspettarlo c’era Mara, come un mondo totalmente diverso da quello che aveva lasciato in Sicilia. Alle pendici del Parco Regionale dei Colli Euganei (Pd), chi oggi lavora la terra sono solo i vecchi. I giovani studiano e trovano impiego in ufficio o nei  capannoni industriali. L’agricoltura dunque è cosa per pochi, con l’industria che ha fagocitato campi e tradizioni e faceva sentire il giovane siciliano, arrivare da un altro mondo.  “C’è una nuova vita da rifarsi..” pensava Davide che accetta di lavorare come magazziniere e poi operaio in un’azienda locale: “Intravvedevo i campi solo nel breve tragitto da casa ai capannoni -racconta Davide-, e ogni volta qualcosa mi turbava dentro…”. Nel frattempo, viene assunto a tempo indeterminato, così che  il futuro per lui sembra assicurato. Per due anni Davide dimentica la terra e vive tra scaffali e pareti di cemento. I suoceri veneti, erano soddisfatti: “Ti abituerai…” gli ripetevano. Mentre il padre Giuseppe dalla Sicilia, percepiva  che  qualcosa nel ragazzo non andava

Il miraggio del Nord visto dal Sud sembrava essersi coronato con il posto in fabbrica, ma l’altro suo grande amore, quello per la terra, l’avrebbe presto indotto a compiere “la pazzia più gioiosa e faticosa della sua vita” come oggi la definisce Davide. “Ogni giorno mentre mi trovavo in fabbrica, mi ripetevo: tornerò alla terra. Ma non sapevo come e quando ciò sarebbe accaduto e mi dicevo che il tutto sarebbe rimasto un sogno!”. Così non fu, e prese presto quella decisione che lo portava contro tutto e tutti. Un giorno del 2010 la svolta. Prende in affitto alcuni ettari di terra da un contadino locale, e di lì a poco si licenzia per diventare a tutti gli effetti l’agricoltore che si sentiva dentro. “Affittai con qualche risparmio, quattro ettari di terra agricola nel territorio di Baone, cominciando a coltivare le mie idee e la mia passione”. Non gli bastava  essere un agricoltore tradizionale, in testa aveva un progetto più radicale: “Volevo dare agli altri ciò che la terra mi aveva dato, convinto che produrre cibo genuino, sia un modo per amare noi  come pure gli altri”. Mara con qualche perplessità, vede Davide determinato. Pensa inizialmente ad una sbandata giovanile, ma il ragazzo in pochi mesi e con l’esperienza di uomo cresciuto in campagna, diventa a tutti gli effetti un lavoratore dei campi del Nord. “Conoscevo la sua ostinazione e lo spirito di sacrificio di cui era capace –racconta Mara-, così lo lasciai fare, convinta che nessuno l’avrebbe fermato…”. Invece di trovare incoraggiamento, trovò subito chi lo ammoniva sull’errore che stava compiendo: “I primi a sconsigliarmi di coltivare ortaggi in quella terra, furono gli stessi agricoltori locali, avvezzi ai soliti metodi di coltura tradizionale. Figuriamoci dover spiegare loro che volevo mettere in pratica l’agricoltura biologica, la loro espressione facciale valeva più di ogni loro considerazione verbale”. In paese tutti lo vedevano come un sognatore ad un passo dal fallimento: “Qui –mi ripetevano- non se magna coi campi…!” Ma Davide non molla e oggi può sostenere d’aver dato la sua risposta. Trascorsi i primi anni e consolidata l’attività agricola,  il suo nuovo passo è stato l’acquisto di quattro ettari di terra e qualche altro campo preso in affitto. Oggi ha aperto un punto di distribuzione a Baone con il nome di “Orto del Sole” (www.ortodelsolebio.it), dove vende il raccolto dei suoi campi: pomodori, patate, peperoni, zucchine, meloni, angurie e perfino l’antico grano “monococco” con cui si sfamavano le legioni romane. Ma anche verdura e frutta ormai dimenticata, all’insegna della biodiversità che Davide vuole rispettare e fare riscoprire. “Mi sono fatto arrivare sementi antiche dalla Sicilia, varietà di verdure da varie parti d’Italia e ho piantato un frutteto di frutti antichi. Tutto rigorosamente di stagione, coltivato coi crismi della più rigida naturalità”. Dall’azienda al banco di verdura nei mercati biologici è stato breve, tanto che due volte alla settimana loro raggiungono le piazze di Padova e provincia per commercializzare la sua frutta e verdura.

Nel frattempo, la giovane fidanzata Mara, contagiata dalla passione del suo “Romeo”,  ne calca l’esempio pensando ad un possibile sbocco futuro insieme nei campi. I due diventano una coppia anche sul piano lavorativo. Le difficoltà degli inizi non mancano. I guadagni sono pochi e le fatiche tante: “Nella bella stagione – ricorda Davide- arriviamo nei campi alle cinque del mattino, per finire alle nove di sera. Le vacanze possiamo concedercele solo a dicembre e per due settimane, quando faccio ritorno in Sicilia. La raccolta della verdura non da tregua, basta guardare le sue mani”. “Oggi i campi che coltiviamo sono diventati nostri, e nella stagione dei raccolti possiamo anche assumere qualche giovane bracciante agricolo. Sempre più giovani disoccupati in questi anni vengono  a chiederci di raccogliere verdura, ma dopo essersi  accorti di quanto duro sia il lavoro nei campi, mollano tutto e se ne vanno…”.

CAM00126“La mia vita è radicalmente cambiata -aggiunge il giovane agricoltore-, e l’essere passato dal cemento ai campi è una rivoluzione che mi ha profondamente trasformato.  Oggi stagioni e luce sono i nostri indefessi datori di lavoro. In estate, prima arrivano i pomodori, i meloni, le angurie, le zucchine e la “pastinaca” (la carota bianca), e una infinita gamma di varietà orticole che sembrano scomparsi dai mercati. La biodiversità è una ricchezza di sapori e gusti, sempre più sconosciuti al nostro palato. I clienti ci chiedono tutto su misura. Le regole del mercato dettano legge e modificano i comportamenti”. Una tendenza cui Davide si oppone: “Cerco di proporre sempre ai nostri clienti varietà orticole che spesso neppure conoscono. Verdura colorate che arriva dal sud Italia o frutti da incroci selvatici. Oggi, più che i gusti, bisogna coltivare ed educare gli acquirenti!”. “Per noi –gli fa eco la compagna Mara-, tutto dipende dal tempo che fa, e  ritmi delle nostre giornate vanno ben oltre l’orario di fabbrica cui eravamo avvezzi. La nostalgia per il posto fisso ogni tanto riaffiora, ma  poi guardo lui e vedo il suo rapporto con la terra, e tutto mi passa…” .

1La vocazione per la coltivazione biologica (prima era stata anche biodinamica), per Davide  “non è una moda, ma uno stile di vita e sta tutto nella radicata conoscenza della terra” applicata alle moderne conoscenze di coltivazione. Per questo si limita al massimo nell’utilizzo di mezzi meccanici. L’unico sostegno, ce l’ha da un vecchio trattore che usa per dissodare i campi. Qui anche il frigo nell’azienda è “naturale”: “Conserviamo patate, zucche e meloni ecc. direttamente sotto la paglia come facevano i miei nonni. IMG-20151013-WA0020E funziona, credetemi!”. Eppure, Davide non ha rinunciato alla spensieratezza di una macchina sportiva e il palmare: “Chi l’ha detto che uno che produce naturale deve essere fuori dal mondo?”. Se poi gli chiedete il perché della sua perfetta abbronzatura, sorride e indica i campi. “Altro che la spiaggia!” risponde. Alla fine viene spontaneo se dopo tutto questa è la vera felicità? “Non so se sia felicità piena! Ma so per certo quanto sarei infelice senza i miei campi e questo lavoro…”, risponde il giovane con una saggezza naturale, che si avvale del sorriso della sua compagna, intenta a spostare casse di pomodoro, coltivati come “la terra comanda“. Un amore quello di questa “Giulietta e Romeo” che vogliono far cresce e matura proprio nei campi che coltivano.

IL GIALLO DELLA ROTONDA

 di Antonio Gregolin testo e foto coperte da Copyright 2014 riproduzione vietata 

IL “GIALLO” DEL PALLADIO

 C’è un “giallo storico” che in questi mesi assedia la più celebre villa del mondo:  la Rotonda di Vicenza, simbolo dell’architettura palladiana dal 1600 ad oggi.  03_20_bso_f1_492_1_resize597_334E’ il biondeggiare dell’antico grano monococco (Tritticum monococcum), autentico retaggio dell’agricoltura preistorica, tornato nei campi che circondano la monumentale villa del Palladio. Un fatto che potrebbe non balzare subito agli occhi di chi viene per ammirarne geometrie e armonie architettoniche. Un giallo, decisamente meno appariscente deicampi di colza gialla dell’anno scorso che aprì una gara fotografica pervicentini e turisti. Se il grano monococco non compete quindi  in bellezza estetica, ha il pregio di essere “storico” e naturale visto che non richiedere nitrati chimici per la sua coltivazione, offrendo qualità organolettiche tutte da riscoprire. Parliamo del cereale di cui l’uomo si èimages (3) nutrito per migliaia di anni. Una granaglia “addomesticata” nella mezzaluna fertile tra la Turchia e l’Egitto seimila anni fa, e soppiantato poi dalla selezione genetica di sementi ad alta produttività che hanno portato alle farine di oggi. “Il ritorno del monococco ai piè della Rotonda è comunque un fatto storico e un valore aggiunto all’immagine del luogo” precisa Niccolò Valmarana, erede della storica dinastia che qui abita da secoli, e oggi gestisce il fondo agricolo in conversione biologica.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Niccolò Valmarana

“Una volontà e nello stesso tempo una necessità – precisa Valmarana-, per dare una risposta alle tante problematiche del mondo agricolo tradizionale, sempre più in sofferenza e difficoltà!”. Parliamo quindi dello stesso frumento che vedeva di cui si nutriva il Palladio? Lo chiediamo a Federico Pagliarin, 60 anni, agricoltore del Basso Vicentino, che una decina di ettari di coltivazione di monococco è uno strenuo sostenitore del ritorno della coltura di questo cereale che ha rischiato l’estinzione, e grazie a lui sta tornando a maturare nuovamente nei campi vicentini: “Era proprio questo grano antico assieme al farro che veniva coltivato ai piè della Rotonda – afferma lui-, di cui si sarà certamente nutrito anche il Palladio, nonostante lui frequentasse le cucine dell’alta borghesia veneta”. Così il paesaggio che è fusione di geometrie naturali e architettoniche, ieri come oggi, con il verde degli alberi e il giallo del grano su cui domina la villa, sta riprendendo le sembianze originali della villa di campagna di allora: “Vorrei che i quindici ettari con tredici di coltivazioni

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Federico Pagliarin

tradizionali della villa, tornassero alla coltura di un tempo –spiega Valmarana-, con i grani antichi e una agricoltura sostenibile e biologica che entrerà a regime già dal prossimo anno”, quando l’intera proprietà agricola porterà il suo nome. “Per quest’anno abbiamo seminato sei ettari di monococco e altri sei di orzo, ma dall’anno venturo l’azienda completerà la sua riconversione al “io” con l’introduzioni di semi e insetti. Non ultime le arnie di api, oggi visibili alla base della villa, come doveva essere un tempo quando la villa era una “industria” agricola-alimentare, oltre che la dimora dei miei avi”. Idee chiare con un pizzico di sensibilità che chiede di coniugarsi con le esigenze economiche di gestione, quella del Valmarana: “I vecchi grani pur offrendo minori rendite, riequilibrano le perdite con la totale assenza di interventi chimici e quindi un risparmio sulla coltivazione”. “Ciò significa maggior qualità e minor impatto sull’ambiente. images (2)Il tutto come valore aggiunto al contenitore villa che, dovutamente presentato, spero possa essere apprezzato dal turista come dai vicentini stessi”. Una Rotonda “più naturale” che tenta di ripristinare un dialogo  quasi impossibile con la storia e il territorio di questi ultimi decenni, frutto di scellerate scelte urbanistiche che farebbero inorridire lo stesso Andrea della Gondola (alias Palladio). “Binomio questo –aggiunge schietto Valmarana- che si mostra oggi come un trauma degli ultimi anni. Basti guardare al vicino Tribunale nuovo, autentico un pugno nello stomaco,considerato da Legambiente come uno dei dieci esempi in Italia di bruttezza e pericolo idrogeologico, che non ha nulla di armonico e non rende onore a quella Vicenza, capitale mondiale dell’architettura. Qual’era!”.images (1) “Più che una rivoluzione –aggiunge Pagliarin, che ha fornito il seminativo certificato- è una evoluzione agricola e ciò che sta avvenendo nell’azienda La Rotonda è sicuramente uno stimolo, come pure una vetrina importante per produttori e consumatori”. Un ritorno al passato che Pagliarin difende coi denti e tanta convinzione: “Ai dieci produttori del Basso Vicentino che Pagliarin ha “convertito” in Confraternita del Monococco e una prossima cooperativa per la commercializzazione del prodotto, lui spiega da buon missionario dell’agricoltura sostenibile: “Se nel piatto arriva la qualità con minori costi da parte del produttore, significa un risparmio per tutti. E intendo tutti, partendo proprio dalla ritrovata volontàdegli agricoltori che nel passato possono trovare speranze per il loro futuro”. Per i due ormai la strada è segnata, basta quindi “seminare la storia”. Una storia che ritorna alle sue origini, dove villa e paesaggio erano fonte della stessa meraviglia.

“E’ IL GRANO DEI SOLDATI ROMANI”

“Nutriva le legioni romane, i nostri nonni e credo che tornerà a nutrire noialtri stessi”. Ne è convinto Federico Pagliarin, agricoltore del Basso Vicentino che da un decennio ha riconvertito la sua azienda a coltura di grano monococco. “Parliamo di un grano preistorico – spiega lui con la spiga in mano- che ha un solo seme “vestito” con una colorazione più scura del grano commerciale di oggi, ma un valore nutrizionale straordinario, con antiossidanti e poco glutine”.  Parla quindi dei tanti pro e dei pochi contro che si hanno nel coltivare questo frumento: “Era il cibo degli antichi – aggiunge l’agricoltore-, che ha conosciuto anche nel nostro territorio una vasta diffusione fino alla fine della schiavitù all’epoca dei romani, impiegata per nella pulitura del chicco, per poi essere gradualmente soppiantato dalla genetica dei grani dicocco che sono quelli delle farine attuali”. Per il contadino di Lovertino la storia antica nella sua azienda è di casa, visto che è stata recentemente scoperta una villa romana nei suoi campi: “Credo che gli abitanti allora, mangiassero lo stesso frumento che io coltivo oggi, convintoche la sua minor capacità di produzione, possa essere ripagata dall’inesistente impiego di fosfati nei campi. Quindi consistenti risparmi per gli agricoltori. Se poi aggiungiamo i cambiamenti climatici in corso, viene spontaneo pensare che il monococco sia il futuro di molte aziende”. Ma Pagliarin oltre che promuovere il grano, è un pioniere dei gusti, tanto da farsi promotore di alcune idee rivoluzionare, come quella di fornire porzioni monouso per l’esercito americano. Più concreto è invece l’impiego nei forni artigianali dell’Alto Vicentino: “Fornisco sementi che trasformate in farine, servono per prodotti di panificazioni e dolciari, come il “Parpagnacco”,l’antico biscotto dei dogi. Per il monococco quindi si tratterebbe di una rinascenza alimentare, agricola e culturale.

 

 

 

 


P7011395.jpg

SREBRENICA: VENT’ANNI DOPO

di Antonio Gregolin tutti i diritti riservati di testo e foto @2013

SREBRENICA E IL TEMPO DELLA MEMORIA

11 luglio 1995 – 11 luglio 2015. Venti anni dopo le foto che non ho mai mostrato.

imagesVenti anni. Venti mesi. Venti giorni. Venti minuti. Venti secondi. Tutto relativo dinnanzi all’orrore. Il tempo non mitiga e difficilmente cancella quello che lascia nelle coscienze di chi l’orrore l’ha visto ed è soppravissuto. Così se oggi in Bosnia chiedi di come fu la guerra di un ventennio fa, la risposta unica di molti, sintesi di questo massacro, sono le medesime lacrime di allora che rigano i volti dei testimoni di oggi. Piangono le vedove, le madri, le nonne di Srebrenica  (nord-est della Bosnia). 001_panoramaPiange anche chi da quella guerra ne è uscito sconfitto (che si tratti di serbi, bosnacchi o cattolici). Sconfitto non sulla carta, ma nella coscienza. Sì, perché a vent’anni di distanza dal massacro più efferato dalla Seconda Guerra, quello di Srebrenica  è solo una tappa, sanguinaria e strategica, della lunga tragedia genocida in Bosnia dal 1992 al 1995.

media_xl_857100Un nome che fino alla notte tra il 10 e 11 luglio 1995 era relegato ad una cittadina sperduta ne cuore dei Balcani, presidiata come enclave dai caschi blu dell’ONU olandesi che ne garantivano la sicurezza alla popolazione mussulmana, circondata dai serbi. In una manciata di ore destinate ad entrare nell’eternità, Srebrenica è diventata una città martire e simbolo nel contempo. Secondo le istituzioni ufficiali dopo i rastrellamenti e le separazioni tra uomini e donne da parte delle milizie serbe comandate dal generale Mladic (oggi incriminato di Genocidio all’Aia), che si farà riprendere dalle telecamere mentre accarezza i bambini e fa regali ai  colonnelli olandesi per le proprie mogli, dopo questi convenevoli di facciata, darà iniziò allo sterminio.

srebrenica-massacreI morti furono oltre 8.372 (stima approssimative), quasi tutti sepolti in fosse comuni, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. Diecimila morti in una notte e due giorni. Il tutto sotto gli occhi di una Europa, ancora una volta indifferente e assente. La stessa che oggi chiede l’annessione della Bosnia alla UE: madre-matrigna. E dire che un anno prima (1994) negli stessi giorni si chiudeva in Ruanda un altro efferato sterminio fratricida da un milione di morti.sreb-massengrab-DW-Politik-Srebrenica Ma la storia poco insegna agli uomini e  tanto meno ai politici. Così alle porte di casa nostra, ci siamo (e si sono) presi la comodità di guardare dalla finestra le tre etnie scannarsi: cattolici, mussulmani e ortodossi. Ma qui forse la religione conta poco, se confrontata con le responsabilità di chi a distanza ha lasciato che tutto ciò avvenisse. Da ieri a oggi, il simbolismo ha preso il sopravvento trasformando Srebrenica in una città “icona” più ancora di Sarajevo, Gorazsde o Mostar. E’ stata trasformata nella “capitale” dell’orrore in cui si riconoscono  i superstiti mussulmani “bosnacchi”. Un simbolo da sbandierare. Un’arma da utilizzare. Un ricordo da sfruttare.bosnia-460 La guerra del dopo è anche questa, che rischia di cancellare a sua volta altre stragi che non hanno avuto la medesima visibilità. Così accade che se oggi arrivi a Sarajevo, trovi un modestissimo e fatiscente museo statale (di una Nazione divisa in tre e senza unità) dedicato alla guerra civile, ubicato lungo il viale dei cecchini senza neppure un cartello che lo indichi; mentre in centro a pochi passi dalla cattedrale cattolica, grandi scritte invitano a visitare la mostra fotografica dal titolo “Srebrenica”. Lo stesso nome che puoi trovare graffittato su molti muri della capitale bosniaca. Memento, sicuramente. Ma più ancora oggetto-simbolo di quanti la guerra l’hanno ereditata: dentro e fuori.

11 LUGLIO – 11SETTEMBRE

bosnia-srebrenica-mass-grave-2011-5-26-13-51-40Tanti sono gli anni trascorsi. E tanti sono i morti che Srebrenica registra nei suoi archivi e oggi accoglie nei suoi cimiteri (oltre 6mila sepolture e 150 nuove solo quest’anno). Con una data altrettanto simbolica “11” che ci riporta ad un altra tragica e fatidica data “New York  11 settembre del 2001”. Con un parallelismo che mi porta alla personale esperienza vissuta in ambo le parti e in tempi diversi. Con ricordi che intrecciano fatti, nomi e morti.

4Nei giorni di luglio del 2001 mi trovavo giusto a ridosso del giorno della memoria di Srebenica a Tuzla, dove avevo ricevuto il permesso dall’ufficio “missing” a  visitare “House of death “  come veniva chiamato il capannone bianco alla periferia della città, dove si custodivano seimila corpi da identificare, tutti rinvenuti in fosse comuni. Due anni prima avevo visto le voragini sui costoni balcanici, dove gli anatomopatologi europei e americani cercavano resti di corpi umani. Qualche mese dopo ritrovai gli stessi specialisti a New York richiamati in patria per l’analisi dei corpi. Strano destino. Identica sorte. Oggi quel processo d’identificazione per ridare un nome ai corpi e una tomba su cui piangere i morti di Bosnia, continua grazie ad un processo lento e scientifico che ha già permesso di identificare migliaia di vittime, oltre settemila. I 170 corpi identificati quest’anno sepolti nel giorno stesso dell’anniversario. Mentre dei carnefici di allora continuano a vivere da uomini liberi, spalleggiati da stati protettori oltre che da quella storia di cui si fanno scudo.

L’INFERNO BIANCO CHE NON PUOI DIMENTICARE

1

E’ difficile lasciar pensare cosa significhi trovarsi solo, dentro una struttura bianca  dove l’unico rumore è quello dei condizionatori in funzione che devono conservare ciò che sta dentro le migliaia di sacchi bianchi accatastati come in un moderno magazzino merci. Solo che qui si conservano oltre seimila corpi (oggi solo qualche centinaio), in attesa di un nome e un numero. La chiamano la “casa della morte” il capannone-obitorio bianco che visitai a metà di luglio del 2001. Prima di oggi ho raccontato e mostrato queste foto, solo una volta nelle pagine di Avvenire,  perché parlare dell’inferno se non sei Dante, ti riesce difficile.

Ricordo che il sole cocente della Bosnia di quei giorni, segnava il prima e il dopo. Dentro il freddo dell’aria condizionata con le poche luci del capannone a rendere spettrale il luogo. Un mondo di mezzo. 1Ad accogliermi per spiegarmi quello che per lui era più di un mestiere, c’era allora Zatlan Sabanovic, 25 anni, studente di economia, mussulmano, che da tre anni era diventato il “Caronte” capace di trasportare la memoria da una sponda all’altra della storia. Ha ilvolto giovane, ma segnato dalla storia: “All’inferno in fondo, ti ci puoi anche abituare!” mi disse lasciandomi di stucco. “Basta avere la convinzione che ciò che stai facendo serve a non far dimenticare la storie con i suoi morti. Puoi aiutare il mondo anche così: non salverai vite umane, ma in qualche maniera capisci che puoi donare pace alle famiglie che soffrono per qualcuno che è scomparso. E tu glielo restituisci…”. Parla involontariamente come uno sciamano il giovane Zatlan, e lo fa mostrandomi il suo lavoro quotidiano: aprire sacchi bianchi, cercando tra un ammasso di carne sporca e decomposta oggetti (scarpe, documenti, orologi, ecc) che vengono poi lavati e fotografati, prima di venire impaginati in un libro che qui chiamano “il libro nero dei morti”. Qualcuno si occuperà delle analisi per il DNA. Altri della pulizia degli oggetti e altri di computerizzare i dati: “Quando vengono qui i famigliari delle vittime, non gli mostriamo ciò che sta dietro quella porta (il magazzino dei corpi).

3Gli consegniamo il libro che viene aggiornato settimanalmente, lasciandogli sfogliare le pagine per cercare qualche oggetto famigliare. Se lo identificano, chiediamo a loro un prelievo di sangue per compararlo con quello che abbiamo nel nostro data base. A quel punto se tutto collima, il numero d’identificazionecorrisponde ad uno delle migliaia di sacchi che abbiamo qui dentro”. Disperso non significa dimenticato” leggo suuna delle pareti asettiche del laboratorio. Il resto è pietà famigliare. 

2“Si accomodi. Prego…” mi dice Zatlan, invitandomi ad entrare nel magazzino-obitorio. L’odore è di quelli che non puoi confrontare: “Dal ’99 abbiamo questi condizionatori –aggiunge il giovane-, prima i corpi venivano conservati dentro le miniere di sale per cui Tuzla è famosa nella storia. Oggi è facile lavorare così…”.  Lui sa che dovrò raccontare tutto questo, e forse per questo preferisce non parlare più e lasciarmi solo tra gli scaffali. Solo, in compagnia di seimila cadaveri. 1Solo, con la storia.

Solo, tra chi chiede le tue parole per  non essere dimenticato. In quest’inferno, capisci la vita. Tocchi il fondo.  E sei l’unico vivo tra migliaia di morti. Ti muovi con difficoltà e la timidezza di chi sa che la morte non risponde. Sai, che quel passaggio temporale è un tuffo nell’ignoto da cui non potrai mai più tornare.

Sì, perché non puoi tornare da Srebrenica, Ruanda, New York, Bagdad, Kabul, Damasco, Tripoli, Gerusalemme, ecc. Qualcosa di te è destinato a restare là. Per sempre!

2

ALBUM FOTOGRAFICO…

3

 

3

MVC-003F1

 

MVC-010F

 

 

 

MVC-003F