IL FRATE DEGLI ULIVI MILLENARI

testo e foto copyright20  di Antonio Gregolin 

DA “PARA’ ” A FRATE DEGLI ULIVI DEL GETSEMANI

JERUSALEM. Il piccolo portone dove si bussa per accedere all’eremo del Getsemani, gestito dai Frati Minori della Custodia di Terra Santa, in realtà è un grande portone della storia. Lo scampolo di terra rocciosa, dove solo le piante di ulivo sembrano sfidare la potenza delle antiche mura del Tempio di Gerusalemme, è un salto nel tempo e memoria. Lo sa bene Diego Dalla Gassa, frate minore francescano di 46 anni, nativo di Chiampo, che ha dismesso la divisa da paracadutista per indossare il saio, da dieci anni responsabile del romitorio in uno dei luoghi più cari alla cristianità: il Getsemani nel Monte degli Ulivi. Appena varcata la soglia del “sacro giardino”, il silenzio dell’eremo è identico a quello che si respira all’esterno: «Mai Gerusalemme è stata così silente come in questi giorni» afferma il frate.

Quanto basta a rendere ancor più mistica l’atmosfera tra le mura di quello che è il convento di cinque frati, con accluse alcune piccole casupole da due-tre stanze, trasformate in cenobitico individuale: «Uno spazio dove ritrovare il silenzio che ti parla dentro, non molto diverso da quello di duemila anni fa, che noi frati siamo chiamati qui a custodire e offrire» aggiunge fra Diego. Custode quindi del giardino di Gesù?

«No, più modestamente sono il responsabile dei dodici eremi disseminati nell’orto, un tempo stalle, oggi spazi di ritiro, voluti più di 35 anni dal padre Giorgio Colombini. Fu lui ad avere l’intuizione di ricavare degli spazi che sembrano un comando di Gesù stesso: “State qui con me, e pregate…”, come sta scritto nel Vangelo». Sentinelle di questo spazio, sono ancora loro: gli ulivi della Passione. Quelli che fra Diego pota e ne raccoglie i frutti: «Nel romitaggio coltiviamo 226 ulivi. Se qui è cresciuta la mia fede –confessa fra Diego-, è maturata anche la dedizione alla coltivazione di queste millenarie e speciali piante».

«Analisi paleobotaniche, continuano a confermare che molte di queste piante, si sviluppano da ceppaie già presenti duemila anni fa. Ulivi secolari che hanno radici profonde anche 1,80 metri che sfidano la roccia». «L’età precisa– continua il frate ortolano- è difficile da stabilire con certezza. Diciamo che sono molto antichi, e dato che sono tutte “piante femmine”, prediligono non sia svelata del tutto la loro reale età…» ironizza il frate che nel tempo della raccolta, coordina l’intera filiera per la produzione dell’olio più “santo del mondo”. Non senza qualche curiosità: «Le olive vengono snocciolate e i piccoli semi dati a delle famiglie cristiano-palestinesi per essere utilizzati nella preparazione di speciali rosari. Una parte dell’olio poi, viene consegnata alla chiesa locale che lo utilizza per tutto in Israele e Palestina nei riti religiosi. Una piccola parte di olio poi, resta alla comunità dei frati e serve per i pellegrini che ne fanno richiesta o inviata nelle varie parti del mondo che ce lo richiedono.

«L’esperienza che mi lascia sempre senza parole, è quando sul far della sera la luce di Gerusalemme si tinge di un caldo colore, e mi trovo a camminare solo tra gli ulivi, lungo i terrazzamenti. E’ in questo momento che ho la netta sensazione di sentire questi vecchie creature chiomate, intonare: “Osanna al figlio di David”». Una immagine che non si fatica a realizzare risalendo la collina, avvolti dalle fronde degli ulivi: «Qui il silenzio è vivo e parla nel profondo, con suggestioni spesso difficili da spiegare. Se questo silenzio è stato visitato da Dio, è un silenzio pregno di Lui. Dove Lui stesso agisce. Se la sua stessa Parola non fosse viva, oggi questo sarebbe un luogo arido. Mentre invece è uno spazio dove l’Eterno continua a incontrare noi uomini!». Sullo sfondo una Gerusalemme muta. Un silenzio storico anche riecheggia anche dentro le grandi basiliche: «Viviamo l’aridità della non presenza dei pellegrini –aggiunge frate Diego-, ma questa assenza stavolta non è causata da una delle tante guerre nell’area.

Oggi si combatte un nemico invisibile,anche qui. Percepiamo altresì, l’unione spirituale con tutte quelle persone sparse nel mondo, che si uniscono a noi in queste ore di Passione». Rocce, radici, e ricordi qui sono un tutt’uno. Uno spazio quello del Getsemani, visto anche come “centro del mondo”, con caratteristiche architettoniche mirabili che nei secoli non hanno deturpato l’aspetto naturale del luogo: «Allude alla Basilica dell’Agonia, pensata un secolo fa dall’architetto Antonio Barluzzi? Fu una trovata geniale per il simbolismo che vi racchiuso dentro, che si armonizza con il paesaggio circostante, dove i simboli fanno vibrare le coscienze, tanto da essere considerata la Basilica più suggestiva della Giudea e forse dell’intera Terra Santa».

«Sono qui da nove anni, e si potrebbe pensare che il tempo mi porti all’assuefazione verso il luogo o le persone. Il Getsemani, è uno spaccato di storia, come un terreno spirituale che continua a offrire straordinari frutti. Una finestra aperta sul cielo e sul mondo» conclude il frate spalancando le braccia, come  sembrano fare questi ulivi con le loro chiome.

 

 

 

 

IL CAVALIERE “BASSO”

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IL CAVALIER “BASSO” 

SAMMY BASSO, AFFETTO DA “PROGERIA” RICEVE IL CAVALIERATO PER IL SUO ESEMPIO E IMPEGNO.  QUESTO IL SUO RACCONTO DI VITA 

Illustre cavaliere Basso. Mai cognome sembra più tiranno, se confrontato al titolo cavalleresco assegnatogli poche settimane fa con “motu proprio”, dal Presidente della Repubblica in persona, per lo spessore morale e distinto impegno civico nel diffondere la conoscenza e ricerca sulla “progeria”, la grave malattia genetica che lo affligge. «La cosa mi fa molto piacere, ma Sammy resta comunque quello di prima» risponde lui a chi si complimenta per il titolo conferitogli. «Tranquilli, non mi vedrete a cavallo, anche se avere una Tavola Rotonda non mi dispiacerebbe affatto» incalza con ironia il ragazzo di 24 anni imprigionato in un corpo da ottantenne. Non è sufficiente un aggettivo per riassumere la figura e l’impegno di Sammy –e non Semmy come dicono tutti, sbagliando-, incontrandolo si fa presto a scoprire che quel “merito pubblico”, lui lo porta naturalmente dentro con estrema semplicità.

“Cavaliere” è un titolo che ti rende orgoglioso?  «La cosa era nell’aria già da alcuni mesi, quando nel dicembre scorso, mi venne comunicata la volontà del Presidente Mattarella. Questo però per me significa anche altro: che lo Stato italiano ha riconosce l’impegno che mettiamo nella ricerca sulla “progeria” e sulla divulgazione scientifica! L’onorificenza infatti, non è merito di una sola persona, ma di tutti coloro che al mio fianco, stanno lavorando negli anni per dare vita e forma a questa missione che stiamo portando avanti».

I più dicono che questa medaglia, la portavi già dentro col tuo modo di fare e soprattutto con l’ostinato coraggio che dimostri!? «A questi non posso che dire ancora grazie! Ma torno a ripetere che il mio è un gioco di squadra: dalla mia famiglia, agli amici e sostenitori. La “medaglia” che non riceverò perché non la danno più, la dedico a loro…».

Perchè non riceverai la medaglia? «Proprio così! Mi consegneranno forse un attestato, ma niente più medaglie! Oggi è così, e saputo questo c’è stato un mio vecchio amico, il cavaliere Giorgio Stocchero, che ha voluto regalarmi quella sua che ricevette quando ancora si appuntavano al petto le benemerenze».

Così saranno due le “medaglie” che porterai al collo: quella di cavaliere e quella che porti da sempre , il simbolo francescano del Tau. «Non so da quanti anni lo porto e non me lo toglierò mai. Mentre la medaglia con la stella che mi hanno regalato, la terrò in un cassetto! Il Tau, rappresenta la mia parte più profonda e viva che serve a ricordarmi come devo comportarmi: con semplicità, umiltà e povertà, intesa non in senso fisico, ma la capacità di liberarsi delle tante cose che ci ricoprono e mascherano».

Che rapporto c’è tra la fede e la tua malattia? «Sono collegate. Sono convinto che siamo creati a immagine somiglianza del Creatore, e quindi se siamo fatti così un motivo c’è! Questo non esclude che la domanda sulla mia malattia, cercando di capire il motivo per cui Dio lo permetta. Mai però in maniera conflittuale.  Alle volte mi dico che è una “sfiga”, altre che è un disegno divino. La risposta forse sta nel mezzo, con la malattia che vedo come un errore statistico, secondo una visione materialistica. La fede invece mi dice di leggere tra le righe il messaggio che ti arriva dall’alto».

Come avresti desiderato fosse la tua vita? «La mia vita è normale com’è! Non saprei proprio come sarebbe stata».

Se un giorno ti svegliassi e ti ritrovassi con un corpo giovane e sano, come reagiresti? «Eh, saperlo! Credo nei miracoli, ma non li aspetto. Non ho mai chiesto un miracolo per me. Chiedo invece al cielo di aiutarmi. Mio nonno mi ripeteva sempre: “Na man iuta l’atra, mejo ancora se ea ze onnipotente come quea del Padre Eterno”».

La tua battaglia contro la tua malattia, in parte l’hai già vinta con la forza di volontà: dove si trova il pozzo di energia che hai? «I momenti bui non mancano. Ma se c’è un pozzo di energia, come dici, quella è la forza di volontà delle persone che mi stanno accanto. Sono loro a spronarmi nell’andare avanti. A darmi forza poi,  è sapere che lotto anche per qualcun altro. Se mi autolimitassi –mi dico-, vivrei una vita ancora peggiore. Per cui, questa ostinazione è il modo migliore per vivere al meglio questa mia condizione».

La tua vita è diversa da quella dei tuoi coetanei: cosa diresti loro sulla vita? «Lotto quotidianamente per la normalità. Incontro tanti ragazzi della mia età, e sento dire spesso che si tratta di “gioventù bruciata”. Sbagliato! Vedo invece tanta voglia di fare nei giovani, solo che gli tagliano le ali. Sono ottimista pensando proprio ai giovani. Il mondo non migliora è vero, ma resto positivo perché so che abbiamo le capacità per cambiarlo».


Com’è la giornata di Sammy Basso?
«Avercela una giornata tipo! Sono quasi tutte diverse per via degli studi, le attività, gli interessi e gli impegni associativi. Mi sveglio a fatica al mattino, visti i problemi di sonno che ho, faticando ad ingranare, ma poi parto. Poi studio per la specializzazione in “molecuolar biology” dopo aver conseguito l’anno scorso la laurea in dottore in scienze naturali. Mangio, e ti dico che mi piace tutto, comprese le cose più strane. Nel pomeriggio proseguo lo studio. Poi la fisioterapia terapia e la sera esco per gli eventi dell’Associazione, oppure vado a casa di amici o in qualche locale».

Il tuo desiderio più nascosto? «Non saprei!»

La speranza più concreta? «Finire al più presto la sessione estiva di esami di specializzazione, anche se mi manca un anno e mezzo per conseguire il titolo, e farmi qualche settimana  di vacanza  a casa mia».

Il sogno che coltivi? «Trovare la cura per la “progeria”, resta un obiettivo a lungo termine. Passata l’operazione al cuore, che è stato lo scoglio più grande della mia vita, ora mi trovo un po’ a corto di sogni e desideri. Va bene così, anche se un giorno mi piacerebbe molto visitare la città di Gerusalemme. Spero che ciò accada. Eccolo qua un sogno!».

Il dolore più profondo? «Quello dei lutti personali che però da credente, ho la forza superare con la fede. Doloroso è stato poi il cambio Facoltà universitaria, quando dopo due anni e per vari motivi, sono passato da fisica a scienze naturali. Un salto che ho vissuto come un logorante fallimento personale».

La paura più intima? «Fallire e capire di aver sbagliato tutto, deludendo me stesso e gli altri».

L’amore provato? «In senso lato, resta l’amore che provo ogni giorno sentendomi profondamente collegato  alle persone cui voglio bene. E sono tante…».


Il piacere più grande?«
Essere arrivato alla laurea. Poi per il resto, vivo il “today”, con i suoi momenti quotidiani: come fare musical e teatro che mi riempiono di piacere».

 

Ho capito bene: fare musical? «Sì, recito in due compagnie teatrali: “La compagnia del villaggio” di Villaverla e i “Mendicanti di sogni” di Schio. Ho partecipato a spettacoli musicali, come: il Re leone,  Grease , Aladin, Cats o la Bella e la bestia. Ho pure cantato, ma confesso che mi vergogno un po’. Preferisco recitare in parti fisse, e possibilmente nella parte del cattivo di turno, così butto fuori quello che non posso fare nella vita quotidiana. Ora stiamo portando in scena “Madre Teresa”, e ho una parte che non posso svelare per non rovinare il finale agli spettatori. Comunque mi piace un sacco il teatro: è terapia di vita, al punto che mi è servito tanto anche prima dell’intervento al cuore per scaricare la tensione.

Il teatro è vita, con le sue tensioni, aspettative, brividi e tensioni, per poi trasformarsi in pura soddisfazione. Il bello è recitare con e per gli altri. Se poi sono così spigliato davanti al grande pubblico o alle telecamere,  lo devo grazie all’esperienza che il teatro mi offre. Comprese le interrogazioni in classe o gli esami universitari. Insomma, sapere recitare nella vita può sempre servire».

LICIA COLO’ : “La mia Terra”

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LICIA COLO’: “VI RACCONTO LA MIA TERRA”

Conversazione sul nostro pianeta e i suoi abitanti con Licia Colò, conduttrice televisiva

E’ una delle “signore” del piccolo schermo, Licia Colò, che ha imbevuto di sensibilità ambientale la sua professione di viaggiatrice-presentatrice e documentarista.

Mai al centro di gossip o mondanità, la Colò ha mantenuto il suo pubblico anche dopo la forzata migrazione dalla Rai a Tv2000, per poi farvi ritorno. Lei che da viaggiatrice, continua a far viaggiare dal salotto di casa milioni di telespettatori.

 Lei è una conduttrice che parlando dei luoghi, sa anche emozionarsi quando li racconta. E’ il suo segreto professionale? «Sì, posso commuovermi. Così come mi commuovo quando vedo i delfini èd è la quarantesima volta. La cosa brutta che invece  hanno gli essere umani, è che si abituano in fretta alla bellezza».

Ricordarselo è un bel compito? «Non ho la bacchetta magica, ho solo la fortuna di lavorare nella comunicazione espandendo di fatto il bacino dei miei contatti. Dovremmo prendere esempio da Greta Thunberg. Ognuno nel nostro piccolo può fare qualcosa per migliorare e migliorarci».

Crede quindi che ci si possa allenare a cogliere la bellezza intorno a noi? «Certo, tutto s’impara. Alle volte può bastare inclinare la testa verso l’alto, alzandola dal solito cellulare per scoprire un mondo nuovo. Un mondo migliore! Mi lasci raccontare un fatto personale: diciotto anni fa, stavo morendo per un’improvvisa emorragia interna. Scampato il pericolo, uscii dall’ospedale trovandomi nel solito orrendo traffico di Roma. Davanti a me vidi un Tir gigantesco. Lo guardai dicendomi: “Guarda quant’è bello questo Tir!”. Non voglio qui istigare nessuno a trovare la “bellezza” in un Tir, ma questo mi serve per spiegare che molte volte, avere la consapevolezza del sentirsi vivo osservando ciò che ci circonda, ci avvicineremmo alla verità di quella canzone che dice: “Tutto dipende da che punto guardi il mondo tutto dipende”. Se facessimo questo, avremmo risolto molti problemi e forse aumentato il Pil della felicità che spesso ci manca».   

Qual è la sua filosofia del viaggio? «Io non riesco a vivere appieno, concentrandomi solo su una cosa. Ecco perchè vorrei portare mia figlia quindicenne in Africa, per mostrarli quello che io ho capito a sedici anni, quando mio padre aviatore, mi portò in India, dove vidi la gente morire per strada e contemporaneamente paesaggi magnifici. A mia figlia vorrei farle capire che ci sono molti modi per misurare la vita al mondo, mostrandogli quanto la natura possa essere bella, forte e nel contempo fragile com’é la vita stessa!».

Cosa significa quindi “conoscere” un Paese? «Non essere superficiali. Molti turisti lo sono, dicendo di conoscere il Kenya, avendo visitato solo Malindi. E’ come dire di conoscere l’Italia, vedendo solo Roma. Per conoscere il mondo non basta quindi una, due, dieci, cento vite…».

Spesso il pubblico non immagina quello che sta dietro a una telecamera, un viaggio-documentario, un programma!? «La fatica è tanta, ecco perché la mia vacanza è: non muovermi! Molti mi dicono:” Ah, tu sei fortunata perché ti pagano  per girare il mondo”. E’ vero, mi è capitato poi di portare con me questi che mi dicono queste cose, tenendo i ritmi di lavoro mentre sono in viaggio. Li ho persi tutti entro i primi quattro giorni. Quindi, fortuna, bellezza, avventura, ma soprattutto anche tanta fatica, che non si vede!».

Le piace la televisione di oggi? «Io sono una telespettatrice “molto giovane”, nel senso che guardo poco la televisione come purtroppo fanno i giovani –dico purtroppo perché lavoro per la televisione-, che preferiscono smartphone o tablet. La guardo però per dovere. Non mi piace la Tv urlata, men che meno quei programmi che fanno passare l’Italia come un Paese da “Trinariciuti”, cioè i Neandertal. Siamo molto di più, e m‘infastidisce notare come si continui ad alimentare questo pensiero».

Restiamo sul piccolo schermo. Il suo è un volto associato a programmi e progetti che hanno al centro la natura e gli animali, ma molti la ricordano ancora nei panni di conduttrice di “Bim, Bum Bam“ accanto a Paolo Bonolis, da cui è partita la tua carriera. Ricorda il momento in cui hai deciso di dedicarti al tema del viaggio e tutela dell’ambiente? «Me lo ricordo eccome: era il 1988 ed avevo condotto un programma molto importante la domenica pomeriggio su Canale 5 intitolato “La giostra” con mostri sacri come Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, da cui ho imparato molto, era il precursore delle future Buona Domenica. Io ero affiancata con Gianmarco Tognazzi. Nonostante il programma avesse dei risultati molto lusinghieri e venticinque anni capì che la mia strada era quella legata al mondo degli animali e dell’interazione uomo–ambiente. Al termine del programma proposi un format differente che trattasse il tema della natura, s’intitolava “L’Arca di Noe“. Non andò subito bene e fui licenziata, la dirigenza, dopo un anno e mezzo la mia caparbietà fu premiata e riuscì ad avere una puntata zero su Canale 5 che andò molto bene. Da allora ho seguito la mia strada, che continua!».

Ha un “locus animae” tra i tanti che ha visto in giro per il pianeta? «Il mio luogo dell’anima non sta chissà dove. Si trova in Italia, precisamente in Trentino, nella Val di Non,  dove c’è la mia casa di famiglia. E’ questo il luogo che sento come il mio rifugio-nido e mi piace rintanarmi. Tra le montagne del Trentino respiro e ricordo i momenti più spensierati della mia vita senza però cadere nella malinconia che non mi appartiene. Sono dei legami che vanno al di là delle realtà puramente fisiche o geografiche. E’difficile da spiegare, ma un luogo più di un altro può essere veramente casa».

Come ultima domanda di questa amabile conversazione,  le chiedo come vede il “domani”? «Rispondo con una frase che mi appartiene molto: “Penserò al Domani quando sarà diventato oggi”. La gente magari si aspetterebbe un suo ritorno alla conduzione di «Alle falde del Kilimangiaro». Sarebbe un errore. Il Kilimangiaro l’ho fatto fino a quattro anni fa. Oggi faccio dell’altro, ma sempre col medesimo entusiasmo».