GLI UOMINI CHE VIVONO SUGLI ALBERI

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Sono un nucleo di famiglie che hanno scelto di mettere su casa tra gli alberi. Questa è la storia dei primi “arboricoli” d’Italia che si sapeva esistessero, ma nessuno era ancora riuscito a raccontare e fotografare. In esclusiva, il racconto dei quindici speciali inquilini “verdi”, compresa una giovanissima bimba nata direttamente su un castagno…

Cè chi può vantare d’essere nato sotto un cavolo. E chi invece può dire d’essere nato su un albero. Differenza che fa subito volare la fantasia, se non fosse che per una bambina tutto questo è già realtà. Sembra l’incipit di una delle storie del “Barone rampante” di Italo Calvino, invece è l’esperienza quotidiana di un gruppo di uomini, donne e una bambina (Galatea di cinque anni), definiti come “arboricoli”, che hanno scelto di vivere  confortevolmente in un villaggio sospeso tra gli alberi. Un desiderio di molti, ma un privilegio di pochi; anzi, pochissimi, al punto da essere un caso internazionale. Di “arboricoli”  infatti, in Europa se ne trova traccia di casi singoli, mentre qui parliamo di sette case e quindici persone che vivono tra le montagne del NorOvest d’Italia.

Viene subito da chiedersi se ci trovi sul confine tra la realtà e la leggenda!? Ma per convincersi che questa è realtà, basta alzare lo sguardo e scoprire che le case sono sostenute da piante di castagno e carpino, tra bioedilizia e filosofia naturale.

ROMANTICI TRA GLI ALBERI?

Agli inizi era un’idea romantica,  quella di andare a vivere tra le chiome degli alberi –mi racconta la bassanese Alessandra, 30 anni, e Dario, piemontese, genitori della piccola Galatea-, che nel tempo  si è trasformata prima in progettazione, poi realizzazione e oggi in una realtà perfettamente funzionale con le nostre esigenze di vita moderna”. Non uomini fuori dal tempo dunque o “fuggiaschi” dalla quotidianità, ma temerarie persone dedite ad un equilibrio interiore che le ha indotte a scegliersi uno stile di vita che custodiscono gelosamente. Così chi si aspetta di trovarsi di fronte a dei “nostalgici primitivi”, rimane deluso. Chi sbrigativamente volesse definirli come “figli dei fiori”, resta sconcertato quando sente che in realtà, questi “arboricoli” sono manager, farmacisti, ricercatori, infermieri e orafi. Gente che in alcuni casi ha il proprio laboratorio o ufficio, sospeso a sette metri d’altezza, con una veduta mozzafiato dalla cima degli alberi. Dentro le case tutti i confort di un appartamento di città: elettricità, telefoni, bagni e addirittura un idromassaggio. “Ditemi che sto sognando?” chiedo a uno di questi moderni Robin Hood. “Macchè,  questa è la nostra quotidiana realtà che ci siamo costruiti pian piano, con estrema determinazione. Diciamo che è il nostro sogno trasferito sugli alberi!” mi  rispondono.

Il paese vero, quello storico costituito di case di pietra è lontano appena quattro chilometri dal bosco, ma se chiedete in giro dove sono gli uomini che vivono sugli alberi, qualcuno scrolla le spalle e ti risponde: “Bòh! Sono sulla montagna…” senza però indicare  una direzione precisa. Il sospetto è che in pratica qui tutti sappiano, ma nessuno voglia dire ciò che sa, aumentando la suspance fantasy sul possibile incontro. Impossibile davvero resistere alla curiosità di sapere dove si trova questo luogo magico. La  guida si offre di mostrarmelo ad una condizione: assicurare che per rispettare l’armonia e la tranquillità di questi ”inquilini” scongiurando la fila di possibili curiosi, non avrei svelato il luogo. La mia fu una promessa, che oggi vale quanto un giuramento d’amicizia. Scopro  così  di essere il primo giornalista a raccontare la loro straordinaria esperienza.

ARBORICOLI, ALIENI O SFASATI?

Non siamo figli dei fiori, come vorrebbero dipingerci! Neppure alieni, come pure –speriamo-  degli sfasati o disadattati. Men che meno eremiti – spiega papà Dario, 51 anni che nella vita fa l’importatore di rum cubano in Italia-, se abbiamo intrapreso questa esperienza, innalzando per così dire il nostro modo di vivere, recuperando quella vivibilità che sentivamo di perdere nelle nostre città! Ecco perché  qui  ci sentiamo di vivere più intensamente!”

Per arrivare fino alle pendici del bosco, si viene condotti attraverso una stretta strada di montagna che sale su fino a diventare un sentiero obbligandoci, dove poi si abbandona l’auto. “Il nostro villaggio è tra quegli alberi là…”, ci indica Dario costringendomi a sgranare gli occhi per scovare qualche finestra spuntare tra le foglie. Ma niente, le mie viziate abitudini urbane non mi permettono ancora di vedere oltre le lussureggianti chiome arboree. E’ difficile per gente come me abituata al cemento, immaginarsi come dev’essere un villaggio sugli alberi. Il mio sforzo verrà presto ripagato e anticipato dal suono antico di una conchiglia che fa eco nella valle: “E’ il segnale che è mezzodì!”, mi spiega Dario mentre si sfila la cravatta e indossa un paio di scarponi, invitandomi  a seguirlo per  il piccolo sentiero che si spinge nel bosco.

COME IN UNA FIABA

Pochi metri più in alto, luci e ombre  mi restituiscono un istintivo ritmo primordiale: “E’ l’effetto del “Bosco Vecchio” di Dino Buzzati  –incalza Dario per niente stupito dalla mia reazione-, figuratevi se dopo  aver scoperto questo, abbiamo ancora voglia di tornarcene  nel caos delle città! Se potessimo, staremmo ancora più in alto dei sette metri d’altezza delle nostre case di oggi”. Ciò che in realtà mi si mostra dinnanzi è ciò che in parte ho sognato da bambino, con case sospese e collegate da passerelle aeree e fumaioli che riempiono l’aria di profumi resinose. In questo ambiente  sembra esserci più vita nell’aria che in terra:  “Ma non si creda che la nostra scelta – rimarca Dario-, sia un nostalgico ritorno al passato!”.

“Non abbiamo rinnegato affatto i confort moderni e la tecnologia, che qui invece cerchiamo di utilizzare al meglio e senza sprechi, ottimizzando i  consumi. Non siamo scappati dalla società: abbiamo solo scelto di migliorare noi stessi, modificando il nostro stile di vita attraverso un contatto più diretto con gli elementi”. Un pensiero quello di Dario che riassume appieno la filosofia di questi tredici “cittadini arborei”. Case sugli alberi come le loro, piccole o grandi,  si trovano sparse qua e là in tutta Europa: “Ma  nessuno prima era arrivato a costruire un nucleo abitativo completo come il nostro. Ora però saliamo…” mi intima una graziosa signora . Questo significa però cambiare il mio punto di vista.

GENITORI, COSTRUTTORI, INVENTORI E SOGNATORI

“Benvenuto!”.  Sette metri da terra, in una casetta ad un piano unico, con graziose pareti decorate da fregi lignei, frutto dell’abilità artigianale dei suoi costruttori, vive papà Dario con mamma Alessandra e la piccola Galatea, la reginetta del bosco. Pochi gradini bastano per osservare il mondo da un’angolazione nuova: “Da qui noi osserviamo il bosco come pochi hanno il privilegio di vedere– mi dice accogliendomi Alessandra, che nella vita fa la consulente ambientale-, diciamo che da qua guardiamo  gli alberi in faccia…”. “Lì, vive Angelo che fa l’orafo. Là invece, Alice e Giorgio, due infermieri che lavorano in un vicino ospedale”.

“In quella casa invece, c’è Carla che fa la farmacista e psicologa e Maria Pia con Salvatore che sono biologi. Ma c’è anche chi come Elisabeth e Ghisela è arrivato fin quassù dalla Germania, per vivere su un albero italiano…”.  Ognuno qui  si è costruito e si costruisce il proprio “nido” non senza fatica, come Elisabeth  che trovo  intenta a issare delle travi che andranno a comporre quella che sarà (ed oggi è) la più grande e spaziosa  casa dell’intero villaggio,  con ben tre piani, con annesso piccolo osservatorio  che spunta dalle chiome del bosco.

 

NATA SOTTO UN CAVOLO? NO, SU UN ALBERO!

La piccola Galatea che  oggi ha 5 anni è la  prima bambina nata e  cresciuta sulla cima di  un castagno. Essere nata sugli alberi è  un fatto che non può  non concorrere  all’educazione e crescita di una piccola bambina. Mamma Alessandra che nella vita oltre essere genitore è un consulente ambientale, da Carpanè nel bassanese (Vi) si è trasferita dieci anni fa nel bosco piemontese, con la volontà di dare  ritmi diversi alla sua vita. “Sono felice che mia figlia sia nata e stia crescendo nella maniera più naturale possibile…” spiega la mamma. Galatea è nata su un castagno il 31 dicembre 2005, con un parto il più naturale possibile. Un primato che difficilmente , immagino, verrà riportato nel suo documento d’identità.

L’altra sua  fortuna –spiega la mamma- è stata quella di avere come assistenti due nostri vicini di “pianta” che nella vita fanno l’infermiere e l’ostetrica”. “Se ve ne fosse stato di bisogno –assicura Alessandra-, sarebbe intervenuto anche un medico. Ma  quel giorno non servì e il primo vagito di questo bosco di castagni, fu proprio quello della piccola Galatea…”. “Un domani quando nostra figlia capirà la sua singolare nascita- sottolinea papà Dario-, siamo certi che lo farà con la stessa naturalezza con la quale stiamo cercando di farla crescere in questi anni…”.Oggi la piccola ha il suo piccolo regno nella confortevole casetta di legno, ma non disdice d’essere accompagnata lungo le pensiline che collegano le case, con il suo rito quotidiano che è la passeggiata nel bosco. “Non è come vivere in una caverna –dice la mamma-, Galatea crescerà come tutti gli altri bambini. Andrà a scuola, imparerà ad usare il computer; ma avrà, speriamo, quel qualcosa in più che molti altri suoi coetanei non hanno ricevuto  dal loro ambiente”. Per capire, basta guardare ciò che Galatea intravvede dalla finestra della sua cameretta non appena si sveglia: “Al mattino lei si risveglia col canto degli uccelli, sentendo lo stormire delle foglie e in certi casi il cullare del vento…”. Se non è fortuna questa!? Per ora, l’unica cosa diversa che i coniugi Baracco hanno dovuto fare, è l’aver messo delle reti di protezione lungo i camminamenti pensili: “Niente di più di quanto farebbero dei normali genitori che vivono in un condominio di città. I rischi sono calcolati, mentre i piaceri sono infiniti…”, assicurano i due genitori davanti allo sguardo curioso della piccola reginetta di questo bosco che sembra già volerli ringraziare.

COME SI COSTRUISCE UNA CASA SUGLI ALBERI?

Per costruirsi una casa come queste, per di più  agevole e sicura, –mi spiega Elisabeth-, servono cose essenziali come carrucole, corde, buone braccia e tanta volontà; il resto ci viene offerto dal bosco, con il legno e rocce, con la nostra aggiunta di un tocco di tecnologia utilizzando i materiali per coibentare dal freddo le pareti delle case”.

In realtà scopro poco dopo che progettare una casa così sugli alberi, è un vero e proprio lavoro d’ingegneria che si avvale dell’esperienza di costruttori di mezzo mondo uniti dalla medesima passione. “Non esistono professionisti tali da offrire competenze specifiche -mi spiega Dario-, per questo ci siamo avvalsi di più esperienze per poi cimentarsi nella nostra impresa”. Mi spiega come i  piloni di legno che creano una rete palafitticola affiancati agli alberi contribuiscono a dare stabilità e sicurezza alle case sospese: “Questo perché il peso delle case non può essere sostenuto da tronchi giovani che non superano la quarantina d’anni.

Qui da noi non esistono più alberi così maestosi, come quelli che possiamo vedere nei film, capaci di reggere pesi tanto consistenti. Per questo usiamo travi di otto metri, pesanti anche cinque quintali, poggiati su grossi massi per evitare la marcescenza del legno che vengono affiancati  ai castagni come tutori”. Il risultato è un perfetto equilibrio di forme: “Inutile dire che per noi il rispetto per l’ecosistema bosco, cioè il luogo dove viviamo, è di vitale importanza…”, replica Dario mentre mi offre del rum cubano che lui importa, che a  queste altezze ha un sapore ancora più incisivo . “Quando parto per un lavoro e resto lontano da qua, il mio desiderio è quello di farvi ritorno il prima possibile -spiega il manager- come se un’energia mi lasciasse andare e poi mi richiamasse a sé!”. “Le difficoltà però non mancano vivendo sugli alberi – mi racconta la giovane biologa Maria Pia-, è necessario un minimo di adattamento e spirito di sacrificio. Se piove o tira vento, si sta in casa. Così come se  c’è la neve o il ghiaccio. Ma in questi casi le difficoltà maggiori sono quelle di raggiungere il bosco con le macchine. E qui le peripezie non mancano… Anche salire le scale di legno o trasportare la spesa chiede un sacrificio in più che salire le scale di un condominio. Ma alla fine ci consoliamo, dicendoci che ne vale la pena! Eccome…”.

IL CANTO DEGLI ALBERI

“Per anni abbiamo cercato un posto che avesse  queste caratteristiche e dopo averlo trovato, oggi  sentiamo di averci messo le nostre radici”. “In fondo, – continua la biologa- basta organizzarsi e ogni sforzo viene mitigato. Le borse della spesa ad esempio, vengono issate con le carrucole, altrimenti c’è sempre qualcuno quassù pronto a darti una mano”. Anche il bosco da parte sua sembra aver accettato i suoi nuovi  inquilini: “Fino a due anni fa, la zona che ci circonda –mostra Maria Pia-, era impoverita dall’eccessivo sfruttamento forestale…”. “Ma rispettando l’ambiente, il numero delle specie vegetali, dagli alberi alle erbe spontanee, la natura ha ritrovato il suo equilibrio”. Le emozioni si susseguono e tutto appare una continua scoperta anche sul piano forestale: pure  mangiare a questa altezza, offre uno questo scenario da fare il verso ai migliori ristoranti panoramici del mondo. Per non parlare della notte, quando ci si sente cullare dal vento, col rumore delle castagne che cadono sul tetto a rompere l’incantesimo del silenzio.  Il ritmo si fa selvaggio e moderno al tempo stesso, in un equilibrio seduttivo che s’infrange non appena si è costretti a rimettere i piedi a terra, per partire. Percepisci un senso di nostalgia per ciò che stai abbandonando, conscio di uscire da un mondo fatto di cose semplici, dove il naturale più che un’idea, è una realtà che rende felici tredici persone e mezza (Galatea la piccola nata sui castagni), che dicono di sentire cantare gli alberi. E credetemi, non si fatica affatto credergli…

IL RITORNO …

Il racconto continua col mio ritorno tra il  popolo degli alberi, con nuove sorprese e costruzioni .

Il ritorno tra gli alberi è sempre  un’esperienza impagabile.  Ritrovare quegli amici, resta un piacere doppio: naturale  e  famigliare. Mancavo dal loro bosco da più di un anno, anche se la tecnologia mi  consente di contattarli a distanza. Ma la tecnologia appare qui lontana da certe autentiche  emozioni. Ritrovo così l’ormai consueto  rito , che resta anomalo per noi del mondo industrializzato: arrivare  con la macchina ai margini del bosco e qui fare il cambio di scarpe. L’autunno sembra essere passato in un batter baleno. Tutto è fitto, ma spoglio, compreso il cielo scevro di nubi. Salgo il sentiero con l’immancabile fiatone, la cui colpa dico sempre che è  delle borse che porto con me.

La fantasia che mi accompagna dopo aver vissuto qualche tempo quassù e aver respirato il “genius loci“del bosco. La curiosità  era poi stimolata dalla novità che mi sono state preannunciate. Sapevo che avrei visto la grande casa a tre piani da poco ultimata. Una specie di monumentale cattedrale realizzata con materiali naturali.

Mi era stato detto delle nuove passerelle come della “sala arborea ” per la musica delle piante. Entro nel bosco e ammiro frugando con lo sguardo. La  struttura a tre piani è lì che svetta tra gli albericome una torre e mi ripeto che se  ci fosse stato Robin Hood, questo abitava  di certo lì. Le passerelle hanno ormai formato una ragnatela nell’aria. Le voci amiche piene di saluti, echeggiano tra le case di legno. Eccoli i “folletti del bosco”.

Qualche volto nuovo e la piccola Galatea, nata e cresciuta tra gli alberi, si presenta cresciuta: ormai è un distinto cespuglio che mira a diventare albero. Il difficile però è distogliere lo sguardo dalle cose, prima che dai volti. E’ proprio al primo piano della nuova struttura abitativa che sarò ospitato. Una stanzetta di legno di quattro metri  con ampie vetrate che danno sul bosco, un computer  e un tepore sorprendente stando a sei metri d’altezza.

C’è pure un filo di musica a rendere ancora più confortevole l’ambiente. Sopra di me, c’è la stanza di altri due inquilini del bosco con tanto di bagno e doccia. Più in alto ancora, dove finisce una scaletta a chiocciola di legno, l’abitazione dell’amica tedesca. Basta poco per abituarti, e scendere a terra è un piccolo sforzo che se puoi, eviti. Il pomeriggio passa, ed è subito sera. La cena la si fa in un piccolo locale del paesello e il ritorno al bosco è un salto nel buio.

Solo qualche luce fioca illumina il villaggio arboreo. Il silenzio è rotto dalle foglie secche sotto i nostri piè, mentre lo sguardo si perde tra gli alberi che trattengono le stelle. “Un’ultima tisana scelta con cura per conciliare i sogni –mi assicura l’amica tedesca-, ci fa assaporare la chiacchierata notturna”. Si va a letto, ed ognuno prende la strada volante che porta alla sua casa.

La buonanotte è quasi un ammonimento: “Domattina potreste avere una sorpresa…” mi dissero con garbo. Certo che dormire sospesi tra gli alberi non è cosa di tutti i giorni. Anzi, l’emozione è quasi infantile, ma anche questo fa parte di questo  mondo al limite del surreale.

Il silenzio s’impossessa della stanza. Si spengono le luci e l’intero villaggio s’addormenta. Che giornata! Il risveglio fu uno di quelli che chiunque sogna: dalle stelle della notte ai fiocchi bianchi della neve della prima luce. Così, dischiudere gli occhi e trovarsi davanti ad un bosco imbiancato,rende quasi vera la favola.

E che favola…così non ti alzeresti più dal letto, nel tentativo di procrastinare nel tempo questo attimo. Il “buongiorno” arriva dalla finestra con le sembianze di una fata del bosco (foto sinistra). Dissipato l’incanto, intuisco che si tratta dell’amica tedesca. La colazione è sempre tra gli alberi, ma la realtà offre subito spunti per capire che vivere quassù, non è un sogno come si potrebbe credere. Forse, è il giusto pedaggio di chi vuol vivere in un bosco.  C’è  da ripulire i camminamenti dalla neve e nessuno sembra perdere tempo. L’organizzazione comunitaria è efficiente, e mentre c’è chi spala neve o taglia la legna, altri (in particolare una splendida cuoca di Torino) si dedica al pranzo. Arriva l’ora, e dal bosco spuntano come funghi gli invitati. Nella sala sospesa, circondati da vetri e alberi, siamo una quindicina, risate e buon appetito fanno il resto. Vino e lingue internazionali completano il quadro.

E’ l’ora di ripartire. Un’ultima passeggiata sui camminamenti per poi ridiscendere: prima dagli alberi, poi dal bosco, dalle colline e dal paese. E’ tutta una discesa verso il basso fin l’autostrada, e siamo già in un’altro mondo.

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         ALBUM ARBOREO


 

 

 

 

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