“CI RUBANO LA TERRA”

 

Di Antonio Gregolin  copyright@2016 di testi e foto

 

CI RUBANO LA TERRA? TORNIAMO ALLA TERRA

Lo scrittore vicentino, Paolo Groppo, funzionario delle Nazioni Unite prestato alla narrazione, racconta cos’è il land grabbing nel suo nuovo libro dedicato all’Africa “Libambos”.

paolo_libambos“Land grabbing” letteralmente sottrazione di terreno, è ormai un concetto entrato nel linguaggio corrente. Realtà antica, quanto prolifica ai nostri tempi. Sottrarre la terra al nemico, occuparla e sfruttarla, è pratica ancestrale e guerriera. Oggi, sviluppo e interessi economici-finanziari si rivestono da “agnelli”, quando invece le finalità è da “lupi”. L’accaparramento delle terre è legata agli interessi di pochi ricchi stati, che monopolizzati da influenti politici e uomini d’affari, seminano un’inquietante ombra sul futuro di molte delle nazioni in via di sviluppo. Grandi estensioni terriere, in macroaree geografiche: Africa e Sudamerica. E’ qui che il fenomeno prolifica da una decina di anni con una serie di tentacolari dinamiche geo-politiche. Materiale per appassionati di complotti. Humus per scrittori noir e gialli. Ma soprattutto terreno fertile per “uomini ombra”. Il vaso di Pandora, è quindi il mondo globalizzato, con l’etica sempre più al margine e lo sfruttamento delle terre fertili, ricchezza e flagello per le popolazioni autoctone. Il cinquantaseienne di Vicenza, Paolo Groppo, da un trentennio è funzionario delle Nazioni Unite, con una significativa esperienza nei paesi in via di sviluppo, è uno che i problemi globali li vive e ricerca possibili soluzioni: “Quando però non ci riesco, metto mano alla penna e mi trasformo in uno scrittore, tingendo di giallo la realtà che spesso supera la stessa fantasia”. Ma è pure un membro attivo delle associazioni che chiedono sostenibilità sociale, economica ed ecologica per il futuro del pianeta. Un “borderline” tra sviluppo ed etica, che l’ha visto trasformarsi negli ultimi cinque anni in uno scrittore socialmente impegnato, con all’attivo già tre romanzi gialli: “Esperanza” del 2012 dedicato al confronto-raffronto tra il nazismo e i desaparecidos argentini; fa seguito, nel 2014, “Marne Rosse” con il quale Groppo torna nella sua terra veneta, storia di un cementificio che si fagocita un vigneto di Amarone sui Lessini veronesi e, pochi mesi fa, realizza un salto continentale fino all’Africa con il suo ultimo sforzo narrativo: “Libambos”, appena pubblicato dalla casa editrice Elmi’s Word, che va ben oltre la patina del giallo narrativo.

Scrittore, ma principalmente esperto di cooperazione internazionale. Come concilia la sua anima di scrittore con quella di tecnico globale? “La ragione di fondo è la convinzione che le uniche risposte ai problemi creati dagli uomini su altri uomini, incluso l’impatto ambientale globale, si possono risolvere solo col lavoro di squadra. Dunque, nella cooperazione e quindi, concedetemi il peccato di vanità, nell’operato delle diverse istituzioni nazionali e globali, tra queste le Nazioni Unite”.

Il suo non è un saggio tecnico. Bensì, un giallo che ha come fine la metaforadarfur-unosulla nostra civiltà contemporanea. “Sì, scrivo gialli –spiega Groppo- raccontando vicende che solo in apparenza sono frutto di fantasia. Tra le righe, semino tutta la realtà che conosco e osservo nelle varie aree del mondo, con uno stile “leggero” che riesca a “catturare” il lettore e lo trascini verso l’obiettivo finale: la formazione e l’informazione alle coscienze di buona volontà”.

“Libambos” è il titolo del libro . Che significa?  “In Angola, con il termine “libambos” s’indicava le catene che gli schiavi portavano ai piedi, sulle navi che salpavano verso l’America. La ragione del titolo, rimanda a un sentimento di schiavitù, che viene da un ragionamento che l’ispettore di polizia James Culone –uno dei protagonisti del giallo- fa parlando con un gruppo di persone della comunità dove è successa la violenza e l’omicidio di Pureza Mwito. In questo contesto, il land grabbing, è una moderna forma di colonizzazione”.

Il tema del libro è la sottrazione dei ricchi ai poveri, lei come vive tutto questo? “Il “grabbing” delle risorse naturali non riguarda solo la terra, ma anche l’acqua, le foreste, le risorse genetiche e oramai anche la sabbia e l’aria. Questione antica, coloniale, che è tornata ad avere visibilità solo di recente grazie alla Rete che ha fatto aumentare l’interesse della comunità internazionale e della gente comune verso il fenomeno. L’obiettivo, la sfida è quello d’intervenire nelle forti asimmetrie di potere, per lanciare processi di dialogo e negoziazione che siano abbastanza solidi da arrivare a cambiamenti di politiche e leggi, promuovendo una centralità molto più forte degli attori locali. Lavorare per le Nazioni Unite come nel mio caso, permette che le parole appena dette abbiano un peso diverso, e i governi sentano di essere sotto una lente di controllo, favorendo così qualche piccolo spiraglio su un possibile dialogo.

Ciò significa, intervenire anche sui possibili flussi migratori che ci toccano da vicino? “Ciò che vediamo spesso solo le conseguenze, mai le cause dei problemi. Il principio resta quello del battito d’ala in una regione remota del pianeta, che diventa poi ciclone dall’altra parte della terra. Così sono i flussi migratori. A questo aggiungiamoci l’instabilità -spesso pilotata dei governi africani-, con l’accaparramento delle risorse naturali: petrolio, diamanti, uranio, coltan, alluminio, ecc. ed ecco che il quadro si fa completo. In “Libambos” infatti, racconto una vicenda che non è poi tanto astrusa. Molti imprenditori raggiungono l’Africa per acquistare a prezzi stracciati le terre con la scusa di produrre, mettendo al tappeto le economie agricole locali. Il nostro è un meccanismo economico che distrugge lavoro, per cui chi esce dal settore agricolo, che permette a tutti i membri della comunità di lavorare, non trova alternative e quindi non ha altra scelta che migrare. Se vogliamo quindi arginare il fenomeno, dobbiamo ricominciare a rafforzare le economie contadine indigene, avvallandoli nei loro diritti: che è quello che nel libro viene chiamato a fare l’ispettore di polizia…”.

L’etica concentrata nell’enciclica di papa Francesco “Laudato si” che lei definisce come “il più rivoluzionario documento mondiale               degli argentina1ultimi dieci anni“Assolutamente. L’approccio che cerchiamo di portare avanti con i nostri progetti di cooperazione internazionale, parte proprio da una riflessione sul comportamento pratico dell’essere umano, e da tre concetti semplici e sequenziali: Dialogo, che richiede accettazione dell’altro, di chi è diverso da noi. Negoziazione, contrapposto ad una generica “partecipazione”, troppo spesso strumentalizzata. Concertazione, per ricordare come il prodotto finale del processo precedente debba essere legittimato agli occhi degli attori interessati. Il nostro è un approccio basato sui diritti (Rights Based Approach) ma che aggiunge, complementandolo, una dimensione etica che mira alla legittimità sociale e legale. Combinare tutto ciò con l’economia reale è possibile. La nostra sfida però va ancora al di là e include anche la dimensione ambientale, con la ricerca di accordi (patti territoriali socio-ecologici) che vanno nella direzione indicata dall’enciclica”Laudato si”.

L’Italia concorre alle cause ed effetti da lei raccontati? L’Italia é un attore minore, anche se importante. I grandi gruppi mirano alle stesse politiche per garantirsi l’accesso privilegiato alle risorse del Sud del mondo, a suon di mazzette. Noi dovremmo quindi prendere più coscienza, anche per questioni geografiche, visto che siamo così vicini all’Africa. E’ d’interesse nazionale favorire dinamiche locali nei paesi africani diverse da quelle cui assistiamo, altrimenti finiremo col pagarne un prezzo più elevato”.

L’ONU viene però additata quale strumento in mano ai grandi imperi mondiali, dai costi smisurati. Pochi anni fa venne realizzato, su richiesta dei paesi membri, un audit della FAO, del suo mandato, capacità e risorse. La conclusione fu molto chiara: se questa venisse chiusa, un’altra FAO dovrebbe risorgere il giorno dopo. In discussione non è tanto il suo mandato, che obiettivamente è molto ma molto grande e forse fuori dalla sua portata, quanto le risorse e soprattutto quel minimo di volontà politica da parte dei paesi membri di trasformare in azioni proprie i suggerimenti che possono venire dalle agenzie ONU. Non é nemmeno un problema di avere molti più soldi, ovvio che quelli aiutano, ma soprattutto il poter essere più incisivi a livello di politiche, legislazioni, sempre nel rispetto ovvio che si deve ai vari paesi membri”.

1901909_671736479600250_3819659328449277431_nPer concludere, il libro snocciola una storia noir dai risvolti drammatici per la vita di milioni di persone nel mondo. Qual è il  futuro che prospetta per il    pianeta? Continuo ad essere diviso tra il vedere l’approssimarsi di una terza guerra mondiale (per citare il Papa), per l’incapacità di parlarci, ascoltarci e accettarci. Con la protezione dell’unica Terra insufficiente a contrastare gli appetiti economici e finanziari globali. Poi perché le capacità di “governare” questi fenomeni sfuggono sempre più a una classe politica che non brilla per iniziative, finendo con l’ impaludarsi in meccanismi economico-finanziari sempre più opachi. L’altra mia metà invece, resta ottimista e possibilista, intravvedendo le molte nuove capacità che pullulano dalla base sociale. Per questo scrivo romanzi: per andare in giro a spiegare ad un pubblico più vasto cosa sono questi grandi fenomeni globali, ma anche individuali, giungendo alla conclusione del protagonista del libro: ricominciare dal basso e riiniziare finalmente ad essere vera comunità umana”.

 

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