PASSO DOPO PASSO FINO A GERUSALEMME

di Antonio Gregolin con testo e foto riservate Copyright 2013

speciale 90mila contatti

PASSO DOPO PASSO FINO A GERUSALEMME  

Per celebrare i 90mila contatti di questo Blog nato nel 2011, in regalo un singolare racconto che sa di storia antica, realtà e…”follia” moderna.

5400 chilometri a piedi da Canterbury a Roma, e da qui giù fino a Gerusalemme. Dodici nazioni. Due paia di scarpe e come allenamento, tre volte il Cammino di Compostela. Così si può camminare per sport o passatempo. Per impeto religioso, per lavoro o per passione. Difficile però collocare il sessantatreenne pensionato vicentino, Giovanni Bruttomesso, in una di queste categorie. Lui rifiuta le etichette: “Me le sentirei strette, visto che cammino per il semplice gusto di farlo!” 

Canterbury-Roma e poi Roma-Gerusalemme a piedi come un antico pellegrino, il tutto in 160 giorni di cammino e  oltre cinquemila chilometri, con un compagno di strada trovato per caso in Internet, una settimana prima della sua partenza da Roma il 18 marzo 2013.

 


A
Gerusalemme quando i due arrivarono nel luglio dell’anno scorso, non ebbero un’entrata trionfale. Nessuno ad accoglierli, e curiosamente a Betlemme mentre chiedevano riparo per la notte, sperimentarono ciò che provarono Giuseppe e Maria,  duemila anni prima, quando bussarono anch’essi alle porte chiedendo ospitalità. Giovanni e Luigi si rivolsero da subito agli istituti cristiani, sentendosi però rispondere: “Ci spiace, ma siamo al completo!”. Così i due finirono con l’essere accolti in un campo profughi palestinese. 

E’ uno dei tanti episodi di “pellegrinazione” che  strappano ancora un sorriso a Giovanni quando lo racconta: “E’ paradossale, ma in sei mesi di cammino, con due scali tecnici per mare dalla Puglia all’Albania, e per il conflitto siriano da Tarso a Tripoli del Libano, i mussulmani ci hanno sempre accolto con entusiasmo nelle moschee, ostelli o case private, tutti sorpresi e affascinati dalla nostra avventura. I cristiani in generale invece, ci hanno sempre accolto con un senso di dovere, ma con un certo distacco”. Giovanni e Luigi non sono però dei professionisti o sportivi, e si affidano al destino della strada che li porterà ad avere straordinari incontri di umanità. A spingere l’ex-artigiano del tessile vicentino, non era neppure un gesto di fede che servisse  mortificare il corpo come era nell’antichità.

Non cercava neppure la sfida con se stesso: “Era dai tempi della scuola –rammenta Giovanni-, quando leggendo le imprese epiche di Marco Polo o dei crociati, che coltivavo il desiderio di provare sui miei piedi, cosa significasse compiere il viaggio fino a Gerusalemme. Non volevo però la sfida o l’impresa, ma semmai il piacere di camminare verso…”. “Verso l’avventura e il raggiungimento del senso di libertà che il camminatore di ogni tempo riceve come appagamento  del suo sforzo. 

Per Giovanni camminare resta un’autentica passione, esplosa con l’arrivo della pensione e su consiglio del suo medico che un giorno gli raccomandò: “Per moderare la pressione, dovresti fare qualche passeggiata…”. Non pensava certo quanto avrebbe poi compiuto il pensionato, che tutt’oggi copre 25km a piedi per quattro volte la settimana come divertimento. Prima di partire per Gerusalemme ha intrapreso tre viaggi sul Cammino di Compostela come allenamento. Così vedendo Giovanni con la faccia serena e un corpo asciutto per niente palestrato, viene oggi spontaneo pensare che la pensione faccia  miracoli di volontà! 

Nessun estremismo il suo, ma un senso di naturale movimento che non ha nulla a che vedere con le forme di tendenza di quanti oggi s’improvvisano camminatori-pellegrini: “Ne ho incontrati molti nei miei viaggi a Santiago, di pellegrini vocati alla sfida con se stessi, al limite delle forze, con un ostentato esibizionismo. Camminare oggigiorno equivale ad una sfida che va ben oltre la moda del momento, al punto che oggi nelle strade verso Compostela fatichi a trovare spazi di autentica solitudine. Il vero pellegrino-camminatore ha solo la meta come unico obiettivo. Ma la vera sfida sta tutta nel rapporto tra la mente e il corpo. Nel trovare l’equilibrio interiore che ti fa superare la fatica e le avversità del clima e ti permette di arrivare laddove volevi. In questo è racchiuso il segreto del camminatore di ogni tempo!”. 

Equilibrio di cui Giovanni pare essere  dotato naturalmente, visto come oggi parla serafico dal divano di casa, dei suoi cinquemila chilometri  a piedi, come di una passeggiata: “Una lunga camminata –precisa lui-, chiedetelo a mia moglie Maria Pia che mi ha atteso per sei mesi, sentendomi al telefono due volte la settimana”. 

Il suo avvicinamento al pellegrinaggio su grandi distanze, fu però graduale: “Nel 2010 e 2011 il ripetuto Cammino di Santiago, poi nel 2012 la Via Francigena, da Canterbury a Roma, e l’anno dopo da qui a Gerusalemme”. La prima tratta di duemila chilometri dall’Inghilterra a Roma fu in solitaria, per un totale di 56 giornate di cammino; mentre l’ultimo lungo tratto di 3500 km fino alla Terra Santa, dal 18 marzo al 2 luglio 2013 l’ha compiuto in compagnia dell’amico Luigi. Il tutto senza sponsor e assistenza tecnica:

 “Quando cammino voglio essere libero da ogni condizionamento –precisa Giovanni-, solo così sento e vivo la strada diventare incognita e risposta nello tempo stesso. Non cerco l’ostentazione dell’ impresa, ma solo emozioni! Chissà quante migliaia di pellegrini prima di me hanno percorso questo tragitto? Io ho portato i miei piedi sui loro passi!”. Semplifica il camminatore, al punto da rendere facili anche le immaginabili difficoltà: “Abbiamo viaggiato sotto il sole e la pioggia –racconta-, salendo montagne, laghi salati e deserti. Camminando dal sorgere del sole fino all’ora di pranzo, per poi trovare riparo dal calore, ritrovando  tutti gli equilibri naturali che abbiamo perso. Mangi quando ha fame e appena puoi. Il  tuo peso corporeo diventa un tutt’uno con lo zaino che porti sulle spalle. Devi farti leggero, nel pensiero come nel movimento: così che tutto si assottiglia fino a diventare essenziale, riscoprendo il poco che ti serve e il superfluo che hai . Pensiero e piedi si fondono, facendoti sentire il contatto con la terra, spingendoti a cercare momenti di autentica solitudine che per la strada sono essenziali tanto quanto l’acqua o il pane, trovando  il tuo passo, distanziandoti spesso di qualche centinaio di metri dal tuo vicino. E’ questo lo sa bene chi cammina in coppia”. Un decalogo del buon camminatore, frutto d’esperienza pratica più che di idealità: “La strada resta maestra di vita –aggiunge Giovanni- al punto che a 63 anni sento ancora di dover maturare e di voler imparare…”. E’ questo,  il vero “motore mentale” di cui il nostro camminatore fa spesso riferimento: “Oggi abbiamo perso ogni forma di contatto con i nostri piedi e con la terra stessa. Facciamo palestra, standocene fermi nello stesso luogo.  Ma che noia!”.

Parla dei suoi incontri come dell’incommensurabilità dell’esperienza: “Ricordo l’arrivo a Gerusalemme quel pomeriggio del 5 luglio 2013: eravamo al tramonto e il sole gareggiava con la lucentezza della moschea della cupola d’oro. Avevamo la meta a portata di mano. Il pellegrinaggio si chiudeva così, con la stanchezza che si frapponeva alla nostalgia del traguardo. Sentivamo che la storia era davanti e dentro di noi, al punto da portarci alle lacrime. In quei pochi istanti senti la leggerezza addolcire il peso dei mesi di cammino, con i ricordi che ti riportano a gesti, sguardi, abbracci che hai ricevuto da un’umanità multicolore che si è avvicina a te. Gente di ogni lingua e fede, con cui spesso hai comunicato  solo a gesti, sufficienti però a farti spalancare le porte del loro mondo, senza pregiudizio”.

Da pellegrino –continua Bruttomesso-, sai di avere bisogno di tutto e tutti, e questo a distanza di secoli, resta il patto di fiducia con la strada che hai davanti”. Se il Cammino di Compostela è ormai una meta di tendenza, diciamo pure alla moda, congestionato da uomini di tutto il mondo, l’antico cammino dei crociati e pellegrini verso Gerusalemme, rimane oggi pressoché spopolato: “Non abbiamo mai incontrato nessuno come noi diretto a Gerusalemme. Difficile è stato ritrovare l’antico tracciato punteggiato di caravanserragli ormai ridotti in ruderi. Di monasteri e villaggi millenari di cui rimangono solo fondamenta e polvere, mentre montagne, deserti e fiumi restavano gli stessi”. Pragmatismo del cammino e icona del pellegrinaggio terreno, con scarpe e sandali impolverati che diventano simboli del vissuto e del vivere.

Per questo Giovanni al suo rientro ha voluto donare i suoi  scarponcini alla mostra “Terra nelle scarpe” dove verranno esposti nella sezione “Scarpe dello spirito”. Lo spirito del camminatore è quello di vivere  la meta non come un fine, ma una tappa: “Ecco perché ora stiamo pianificando –ma in realtà hanno già deciso-, d’intraprendere a marzo un’altra storica strada dei pellegrini. Stavolta andremo in India, dove percorreremo il sentiero dei quattro santuari induisti alle sorgenti del Gange”. Ottocento chilometri impegnativi, con grandi dislivelli che li porterà fino a 4mila metri d’altitudine, ai piedi della catena himalayana:

Qui –conclude il pensionato-camminatore-, ci confonderemo con i pellegrini di una diversa religione, sapendo che la strada resta l’unico spazio di vita che ci rende tutti uguali. Ultreya o Suseya”.  

   PS. Si tratta dell’antico augurio-incitamento dell’inno medievale (tuttora in uso) dei pellegrini verso Compostela.  Al saluto  ULTREYA” l’’altro pellegrino rispondeva “SUSEYA”. Anche se questo modo di salutarsi e incitarsi non trova riscontro in nessun documento ufficiale, ancora oggi durante il Cammino  nei momenti di difficoltà, si possono udire queste parole magiche.

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