IL CAVALIERE “BASSO”

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IL CAVALIER “BASSO” 

SAMMY BASSO, AFFETTO DA “PROGERIA” RICEVE IL CAVALIERATO PER IL SUO ESEMPIO E IMPEGNO.  QUESTO IL SUO RACCONTO DI VITA 

Illustre cavaliere Basso. Mai cognome sembra più tiranno, se confrontato al titolo cavalleresco assegnatogli poche settimane fa con “motu proprio”, dal Presidente della Repubblica in persona, per lo spessore morale e distinto impegno civico nel diffondere la conoscenza e ricerca sulla “progeria”, la grave malattia genetica che lo affligge. «La cosa mi fa molto piacere, ma Sammy resta comunque quello di prima» risponde lui a chi si complimenta per il titolo conferitogli. «Tranquilli, non mi vedrete a cavallo, anche se avere una Tavola Rotonda non mi dispiacerebbe affatto» incalza con ironia il ragazzo di 24 anni imprigionato in un corpo da ottantenne. Non è sufficiente un aggettivo per riassumere la figura e l’impegno di Sammy –e non Semmy come dicono tutti, sbagliando-, incontrandolo si fa presto a scoprire che quel “merito pubblico”, lui lo porta naturalmente dentro con estrema semplicità.

“Cavaliere” è un titolo che ti rende orgoglioso?  «La cosa era nell’aria già da alcuni mesi, quando nel dicembre scorso, mi venne comunicata la volontà del Presidente Mattarella. Questo però per me significa anche altro: che lo Stato italiano ha riconosce l’impegno che mettiamo nella ricerca sulla “progeria” e sulla divulgazione scientifica! L’onorificenza infatti, non è merito di una sola persona, ma di tutti coloro che al mio fianco, stanno lavorando negli anni per dare vita e forma a questa missione che stiamo portando avanti».

I più dicono che questa medaglia, la portavi già dentro col tuo modo di fare e soprattutto con l’ostinato coraggio che dimostri!? «A questi non posso che dire ancora grazie! Ma torno a ripetere che il mio è un gioco di squadra: dalla mia famiglia, agli amici e sostenitori. La “medaglia” che non riceverò perché non la danno più, la dedico a loro…».

Perchè non riceverai la medaglia? «Proprio così! Mi consegneranno forse un attestato, ma niente più medaglie! Oggi è così, e saputo questo c’è stato un mio vecchio amico, il cavaliere Giorgio Stocchero, che ha voluto regalarmi quella sua che ricevette quando ancora si appuntavano al petto le benemerenze».

Così saranno due le “medaglie” che porterai al collo: quella di cavaliere e quella che porti da sempre , il simbolo francescano del Tau. «Non so da quanti anni lo porto e non me lo toglierò mai. Mentre la medaglia con la stella che mi hanno regalato, la terrò in un cassetto! Il Tau, rappresenta la mia parte più profonda e viva che serve a ricordarmi come devo comportarmi: con semplicità, umiltà e povertà, intesa non in senso fisico, ma la capacità di liberarsi delle tante cose che ci ricoprono e mascherano».

Che rapporto c’è tra la fede e la tua malattia? «Sono collegate. Sono convinto che siamo creati a immagine somiglianza del Creatore, e quindi se siamo fatti così un motivo c’è! Questo non esclude che la domanda sulla mia malattia, cercando di capire il motivo per cui Dio lo permetta. Mai però in maniera conflittuale.  Alle volte mi dico che è una “sfiga”, altre che è un disegno divino. La risposta forse sta nel mezzo, con la malattia che vedo come un errore statistico, secondo una visione materialistica. La fede invece mi dice di leggere tra le righe il messaggio che ti arriva dall’alto».

Come avresti desiderato fosse la tua vita? «La mia vita è normale com’è! Non saprei proprio come sarebbe stata».

Se un giorno ti svegliassi e ti ritrovassi con un corpo giovane e sano, come reagiresti? «Eh, saperlo! Credo nei miracoli, ma non li aspetto. Non ho mai chiesto un miracolo per me. Chiedo invece al cielo di aiutarmi. Mio nonno mi ripeteva sempre: “Na man iuta l’atra, mejo ancora se ea ze onnipotente come quea del Padre Eterno”».

La tua battaglia contro la tua malattia, in parte l’hai già vinta con la forza di volontà: dove si trova il pozzo di energia che hai? «I momenti bui non mancano. Ma se c’è un pozzo di energia, come dici, quella è la forza di volontà delle persone che mi stanno accanto. Sono loro a spronarmi nell’andare avanti. A darmi forza poi,  è sapere che lotto anche per qualcun altro. Se mi autolimitassi –mi dico-, vivrei una vita ancora peggiore. Per cui, questa ostinazione è il modo migliore per vivere al meglio questa mia condizione».

La tua vita è diversa da quella dei tuoi coetanei: cosa diresti loro sulla vita? «Lotto quotidianamente per la normalità. Incontro tanti ragazzi della mia età, e sento dire spesso che si tratta di “gioventù bruciata”. Sbagliato! Vedo invece tanta voglia di fare nei giovani, solo che gli tagliano le ali. Sono ottimista pensando proprio ai giovani. Il mondo non migliora è vero, ma resto positivo perché so che abbiamo le capacità per cambiarlo».


Com’è la giornata di Sammy Basso?
«Avercela una giornata tipo! Sono quasi tutte diverse per via degli studi, le attività, gli interessi e gli impegni associativi. Mi sveglio a fatica al mattino, visti i problemi di sonno che ho, faticando ad ingranare, ma poi parto. Poi studio per la specializzazione in “molecuolar biology” dopo aver conseguito l’anno scorso la laurea in dottore in scienze naturali. Mangio, e ti dico che mi piace tutto, comprese le cose più strane. Nel pomeriggio proseguo lo studio. Poi la fisioterapia terapia e la sera esco per gli eventi dell’Associazione, oppure vado a casa di amici o in qualche locale».

Il tuo desiderio più nascosto? «Non saprei!»

La speranza più concreta? «Finire al più presto la sessione estiva di esami di specializzazione, anche se mi manca un anno e mezzo per conseguire il titolo, e farmi qualche settimana  di vacanza  a casa mia».

Il sogno che coltivi? «Trovare la cura per la “progeria”, resta un obiettivo a lungo termine. Passata l’operazione al cuore, che è stato lo scoglio più grande della mia vita, ora mi trovo un po’ a corto di sogni e desideri. Va bene così, anche se un giorno mi piacerebbe molto visitare la città di Gerusalemme. Spero che ciò accada. Eccolo qua un sogno!».

Il dolore più profondo? «Quello dei lutti personali che però da credente, ho la forza superare con la fede. Doloroso è stato poi il cambio Facoltà universitaria, quando dopo due anni e per vari motivi, sono passato da fisica a scienze naturali. Un salto che ho vissuto come un logorante fallimento personale».

La paura più intima? «Fallire e capire di aver sbagliato tutto, deludendo me stesso e gli altri».

L’amore provato? «In senso lato, resta l’amore che provo ogni giorno sentendomi profondamente collegato  alle persone cui voglio bene. E sono tante…».


Il piacere più grande?«
Essere arrivato alla laurea. Poi per il resto, vivo il “today”, con i suoi momenti quotidiani: come fare musical e teatro che mi riempiono di piacere».

 

Ho capito bene: fare musical? «Sì, recito in due compagnie teatrali: “La compagnia del villaggio” di Villaverla e i “Mendicanti di sogni” di Schio. Ho partecipato a spettacoli musicali, come: il Re leone,  Grease , Aladin, Cats o la Bella e la bestia. Ho pure cantato, ma confesso che mi vergogno un po’. Preferisco recitare in parti fisse, e possibilmente nella parte del cattivo di turno, così butto fuori quello che non posso fare nella vita quotidiana. Ora stiamo portando in scena “Madre Teresa”, e ho una parte che non posso svelare per non rovinare il finale agli spettatori. Comunque mi piace un sacco il teatro: è terapia di vita, al punto che mi è servito tanto anche prima dell’intervento al cuore per scaricare la tensione.

Il teatro è vita, con le sue tensioni, aspettative, brividi e tensioni, per poi trasformarsi in pura soddisfazione. Il bello è recitare con e per gli altri. Se poi sono così spigliato davanti al grande pubblico o alle telecamere,  lo devo grazie all’esperienza che il teatro mi offre. Comprese le interrogazioni in classe o gli esami universitari. Insomma, sapere recitare nella vita può sempre servire».

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