TRA FANTASIA ED ECOLOGIA: reportage 2018

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FANTASIA SENZA ALBERI

Uno speciale reportage natalizio, tra le foreste abbattute dalle forza del vento. Quando l’ecologia parla di fantasia.

Altopiano Asiago

Proprio così: questo è il Natale che non vorremmo. Non vorremmo vedere gli abeti trasformati in un tappeto di legno. Non vorremmo vedere le montagne spogliate delle loro foreste. I paesi scolpiti dalla forza del vento. I boscaioli e falegnami, preoccupati per il loro destino. I paesaggi cancellati. I meteorologi sconcertati. I politici con la solita nenia: “Non vi lasceremo soli!”. La stessa fantasia, scippata del suo contesto naturale. Quanto accaduto nell’ottobre scorso sulle nostre montagne, non è più un avvertimento sporadico, ma una conseguenza del repentino cambiamento globale. La ciclicità di questi “eventi estremi” è divenuta una costante, con le risposte della comunità internazionale in materia ambientale che tardano a venire, rimandandole nel tempo. L’ultimo caso è il summit COP24 di Kracovia in Polonia, appena conclusosi con impegni di facciata, un nulla di fatto, come se il futuro del pianeta e nostro, fosse frutto di un compromesso.

Val di Fiemme

Stiamo noi stessi diventando resilienti alle catastrofi, scervellandoci semmai sui nomi da attribuire a questo o quell’evento per poi consegnarlo alla breve memoria. Per settimane si è discusso sulla classificazione da dare al “vento estremo” che ha spazzolato le montagne venete e trentine. Alla fine, la scelta tra gli studiosi è andata su “tornado e/o tromba d’aria” che ha sradicato tredici milioni di abeti. Numeri da ecatombe, con scenari di guerra e scenari fin’ora mai ipotizzati. E pensare che la lungimirante fantasia del bellunese Dino Buzzati, nel 1935 ne “Il Segreto del bosco Vecchio” parlava di una forza spaventosa “il vento Matteo”, rinchiusa e poi liberata da un antro delle Dolomiti. Simbolico linguaggio, certo, ma che alla visione dei fatti prende corpo e forma, dando alla favola il senso di una triste parabola per il nostro presente e futuro. “Hanno liberato il vento Matteo…” fa dire Buzzati alle creature terrorizzate del bosco. 

Val Formica

E quel vento pare davvero essersi materializzato. “Torneranno le foreste e i prati?”, potremmo parafrasare citando l’omonimo film di Ermanno Olmi, girato per buona parte tra i boschi di Val Formica, oggi barbarizzati dal vento. Ha parlato di alberi anche un altro nostro grande montanaro, Mario Rigoni Stern, che così scriveva: «Tra i rami dei grandi alberi mi sono arrampicato per guardare il cielo. A loro devo la mia vita…». Il poeta Andrea Zanzotto, uomo di pianura, che volgeva lo sguardo verso la Pedemontana, ci offriva versi e riflessioni sul mutar del paesaggio:«Siamo passati dai campi di sterminio. Allo sterminio dei campi!» ammoniva con pragmatica saggezza.

Val di Fiemme

Non voglio attingere alla troppa fantasia per immaginare cosa queste figure del passato, più che mai vive nella memoria, avrebbero detto su questo “fenomeno estremo” di cui siamo testimoni. Loro che il bosco lo vivevano come creatura, e non solo come oggetto economico. Che sentivano le foreste come casa e tempio, com’era fin dall’antichità. Spazi sacri. Luoghi di racconto. Ambienti fantastici. Spazi di poesia sposata con gli alberi. I “filò” poi delle serate invernali a lume di candela nelle stalle, narravano di selve impenetrabili, animate da magiche creature: fate, gnomi, salbanei e omeni selvadeghi, affidati ora solo ai nostalgici dell’infanzia perduta. Oggi, non solo abbiamo perso questa silvestre memoria, ma non riconosciamo più al bosco il suo arcano valore simbolico. Abbiamo disperso così la sua dimensione allusiva, come pure la reale funzione naturale: senza ecologia (cioè la “scienza della casa”) si estinguerebbe la stessa fantasia. Per questo il grande bosco è come la “rosa” de Il Piccolo Principe: un valore che va oltre la materia (il legno), che il Natale fa puntualmente riaffiorare.

“HO IMMAGINATO BABBO NATALE CHE….”

Cadore

Proprio lui, l’immaginifico personaggio vestito di rosso (nato nel 1920 per una necessità meramente consumistica) è affiancato al simbolo stesso del Natale: l’abete (l’antico albero della vita e luce invernale). L’albero del dopoguerra, capace di cancellare le ferite del primo conflitto mondiale. Il mio è stato un pellegrinaggio fotografico, dall’Altopiano di Asiago, all’Agordino Cadorino, fino alla Val di Fiemme, colpite da un altro genere di guerra. Ma pur sempre una guerra: quella climatica. Qui ho immaginato di vedere con gli occhi della fantasia (di Babbo Natale) la devastazione arrecata. Le immagini che ne sono scaturite, vogliono essere una provocazione che va oltre l’apparenza. Una metafora di stretta attualità: con il simbolo che scruta quello che gli occhi faticano a vedere.

Asiago

Talmente grande e grave il danno naturale in questi territori, che tutto ciò che si è visto in Tv e giornali, che non basta a descriverne la realtà. Ecco perché l’invito qui è una forma di cultura e sensibilità: andate a vedere dal vivo questi luoghi. Solo così toccherete con mano cosa sia il “global warming”, il cambiamento climatico. Ultima frontiera prima della nostra stessa estinzione. L’appello lo rivolgo in particolar alle scuole e insegnanti, perché salgano in montagna, per un’uscita didattica. Non farlo sarebbe un’occasione persa. Una speranza in meno per accrescere la coscienza civile-ambientale sugli scenari futuri che ci spettano. Come pure un pellegrinaggio laico alla cultura del bosco perduto, che tornerà, forse, con gli alberi che verranno ripiantati per le generazioni che verranno.

GALLERIA DELLA CAMPAGNA

dav

 

 

 

Agordino

MONTEGALDELLA

CALDOGNO

DIFESA DEL POPOLO

DIFESA DEL POPOLO2

 

Montegaldella

GRISIGNANO DI ZOCCO

PELLEGRINO SENZA META

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 IL PELLEGRINO SENZA TEMPO E META

Umberto, cammina da cinque anni (18mila Km già fatti) per le strade del Nord Italia, affidandosi alla preghiera: “Come i veri pellegrini di un tempo!”.

Non è usuale incrociare per strada un “pellegrino senza meta” come si definisce Umberto, lombardo di 52 anni da cinque anni in cammino, con una faccia ridente e aperta al dialogo: «Mi scambiano spesso per un barbone –spiega lui ironicamente-, forse perché porto la barba? Ma da cinque anni sono uno che cammina pregando, affidandomi completamente della Provvidenza del cielo, come i pellegrini d’un tempo…». In questi giorni sta camminando per le strade del Basso Vicentino, passando per Montegaldella, Nanto e Barbarano, diretto a Lonigo per raggiungere il convento dei frati di S.Daniele, per poi scendere verso il veronese senza alcuna meta precisa. Inutile chiedergli verso dove stia camminando: «Vado e basta!». Rifiuta la carità, ma accetta volentieri un pezzo di pane o dell’acqua. «So di essere visto come un pellegrino particolare, ma dopo aver fatto per un ventennio il pastore d’alta montagna, e aver lavorato chiuso in fabbrica, ho sentito il forte richiamo di vivere questa esperienza di strada, che non so quanto durerà o dove mi porterà. Per ora ho girato tutta l’alta Italia e dove andrò solo la preghiera me lo dirà…».

Con sé solo un bastone, delle scarpe che cambia ogni cinque mesi, uno zaino, ma niente cellulare o portafoglio. In cinque anni, percorrendo una decina di km al giorni ha già compiuto oltre 18mila km spinto dalla fede: «La gente non è più abituata a vedere dei pellegrini. La curiosità e la diffidenza è stampata sui volti dei più. Ma è vero anche che quando busso alla porta di canoniche o conventi ricevo sempre accoglienza e ospitalità». Un pellegrino autentico come precisa lui: «E’ facile come fanno molti partire in autobus o aereo per raggiungere un santuario, definendosi per questo dei pellegrini. Dormire poi in albergo e fare un pezzo di strada a piedi col rischio di dimenticarsi di pregare pur di rispettare il programma, non significa affatto vivere l’autentico spirito del pellegrino» continua Umberto all’ombra di un albero lungo il ciglio di un campo.

Questo spiega anche il perchè non hai una meta? «Certo, il pellegrino è uno che si fida e affida completamente a Dio, senza sicurezze o comiodità moderne». «E non sono migliore di altri dicendo o pensando queste cose, mostrando di aver scelto questo stile di vita errante. Anzi, non nascondo il mio passato burrascoso in perenne conflitto con il tabagismo e gli spinelli (dopo aver iniziato il suo cammino ha smesso con ogni dipendenza, mostrando quanto possa essere terapeutico camminare Ndr), essere stato ateo e poi diventato pacifista e seguace del buddismo». «Fino a quando trovai tra i tanti libri che leggevo in quel periodo, un Vangelo o è il Vangelo ha trovato me? Da allora la mia vita è cambiata, e la preghiera mi cambia quotidianamente, così che camminare-pregando è per me una cosa ormai normale».

La strada però non è un ambiente facile: «Devi avere fisico per affrontare le intemperie, ma il corpo di adegua anche a questo e che vogliate crederci o no, da quando sono partito non mi sono mai ammalato. Prima invece sapevo che mi stavo ammalando perché riuscivo a vedere il sole unicamente dal pertugio del bagno della fabbrica in cui lavoravo. Ditemi voi se quella era vita? Venivo dalla vita dei campi e della pastorizia, dove avevo imparato moltissimo da mucche capre e pecore. Da loro, più che dai filosofi o maestri umani, ho appreso il valore della vita e della morte. Cose che mi porto dentro ancora oggi…». «E’ facile dire d’essere un pellegrino. Il difficile è viverlo concretamente». Al punto che il suo rifiuto per il denaro lo spinge all’essenziale: «Non lo dico mica io. Pensate a San Francesco d’Assisi. Quando hai poco e quel poco ti basta, ogni piccola cosa diventa un tesoro. Anche un sorriso, un saluto, un gesto di generosità che ricevi per strada, li vivi come autentici doni preziosi. Ecco, questo cerco io e le sorprese per strada non mi mancano di certo! “.

“La mia famiglia sa che sto camminando, anche se non sanno dove. Se mi cercano basta che si rivolgano ai carabinieri, che subito m’intercettano. Un pellegrino a piedi e da solo oggi si fa notare facilmente…». Ai tanti che poi gli chiedono se ha mai pensato alla fine di questo suo infinito cammino, lui risponde: «Se stai bene, speri che non finisca, E se un giorno finirà, vorrei essere utile agli altri, magari in un centro Caritas a servizio dei poveri».

Poche battute le sue che fugano rapidamente il dubbio che s’insinua davanti a scelte di vita così radicali. Il suo sorriso è disarmante, al punto che chi lo ascolta vicino a me, prende dalla macchina un vasetto di miele da lui prodotto e glielo dona. «Volevate capire perché vivo così? Per gesti come questi qua. Gli stessi di cui si sono alimentati per migliaia di anni pellegrini in ogni parte del mondo». Parole e gesti dallo spirito d’altri tempi. Una figura che cammina goffa per strada, con una missione ben precisa: «Avvicinarsi alla vera felicità».

IL VIAGGIATORE DAI COSTI BASSI

di Antonio Gregolin  Copyright@2018 riproduzione vietata testo e foto

                IL  MONDO A BASSO COSTO

Il pensionato da 50 Euro al giorno, che ha visto il 72% del mondo.

Girare il mondo, con pochi soli, è il sogno di molti, al punto da diventare  un’utopia se si guardano gli standard del turismo moderno. Invece, Renato Capparotto da ben cinquant’anni, fa proprio questo, grazie a quella che sembra essere la sua regola di vita e di viaggio. Nonostante l’età, incarna l’idea che girare il mondo con pochi quattrini, non solo si può, ma per lui è una consuetudine quasi “naturale”.  Il suo è un primato che non rientra in nessuna classifica: «Se fosse –dice lui-, potrei competere con i vertici di una ipotetica classifica di chi ha un reddito basso, ma si permette il lusso di viaggiare per sei mesi l’anno»

La tentazione allora, resta quella di sempre: attribuire un titolo a chi ha scelto di vivere così. Gli chiedo: «Ma lei è un viaggiatore? Un avventuriero? Un giramondo o un turista?». La sua risposta è: «Mi piace andare in giro, spendendo pochissimo!». Semplice e spiazzante Renato, 68 anni vicentino, che da pensionato qual è, oggi si può permettere di passare sette mesi per le strade del mondo, e i restanti nella sua casetta alle pendici dei colli del suo paese natale. «Lo faccio da cinquant’anni, solo che prima con lavoro e famiglia mi concedevo al massimo un mese di viaggio. Da quando sono in pensione, separato e la figlia è grande, posso permettermi di assentarmi anche mesi!». Lo fa sistematicamente, tanto che in paese c’è chi lo conosce appena, mentre gli amici sanno che se le sue finestre restano chiuse per più di qualche giorno, c’è solo da indovinare dove abbia portato le sue scarpe Renato. Di primati Capparotto ne ha parecchi, a partire dalla cartina digitale del suo sito, dove si vedono luoghi che ha toccato: «Il 75% del mondo l’ho visitato, ma se togliamo i poli, l’Alaska e la Nuova Zelanda, diciamo che il mondo l’ho visto quasi tutto».

Altri dettagli poi non meno significativi: viaggia da solo. Con ogni mezzo di trasporto, vitto e alloggio. Conosce poco o niente l’inglese e il francese. Si muove con una valigia di 7-8 chili. Viaggia con meno di 50 Euro al giorno ripartiti così: 15 Euro per dormire in luoghi spesso spartani. 10 Euro per mangiare. 5 Euro per gli spostamenti. Ecco perché lui a 68 anni, gli piace ricordare di “non essere un grande viaggiatore”.

«Semmai, sono la prova vivente che si può vedere il mondo con poco. E ora che sono in pensione e ho un reddito basso, viaggio ancora di più!». «Qualcuno c’ha provato a viaggiare con me. Ma si è sempre ritirato dicendomi: “Troppa tribolazione”». In questo rientrano anche gli inconvenienti che negli anni ha subito, uscendone sempre con fortuna: «Sono stato derubato di cinque macchine fotografiche. Tre computer. Qualche migliaio di Euro. Un paio di fermi della polizia locale per controlli. Due scippi. Ma sono tutte cose che devi mettere in conto se scegli di viaggiare fuori dagli schemi del turista classico».

“Tribolare” nel suo linguaggio è una parola consueta: «In paese c’è chi rimarca: “Beato te che sei sempre in vacanza!”. Io però non ho il concetto di vacanza tradizionale che hanno loro». Renato poi è un’enciclopedia geografica e quando non basta è pronto a sciorinare le sue 33mila foto scattate in mezzo secolo di viaggi.

In ogni nazione c’è un carico di racconti ed esperienze che l’hanno portato a scrivere tre libri di viaggio: “India, Nepal, Cina e Mongolia”. “Iran” e “Incubo Africa”. Quest’ultimo racconta la sua rocambolesca attraversata africana in camper: dal Vicentino fino al Mali, Guinea, Gana, Gabon, Belize, ecc. «Di tutti i miei viaggi e le nazioni attraversate –aggiunge il viaggiatore solitario-, quelli africani sono stati i più avventurosi. Del genere di avventure che non sai se riuscirai poi a raccontarle».Ma nonostante questo, Renata Capparotto non riesce a stare fermo: «E’ una cosa che mi viene da dentro. Un fremito naturale che mi dice: “Sveglia è ora di ripartire”. Qualcosa che avevo fin da ragazzo, quando nel ’68 partii in autostop per la Svizzera. Allora era una impresa. e così dopo non mi sono più fermato…”.

Lo dimostra il fatto che a ottobre Renato ripartirà per l’Amazzonia, con i soliti pochi spiccioli in tasca, ma un’energia da autentico viaggiatore d’altri tempi. «Con la mia esperienza, posso dire che il più bel paese che io abbia visitato, è il Perù. Tra i più pericolosi, Guinea Bissau e Gana. Quello che desidererei vedere, l’Alaska. Ma per ora le mie risorse non me lo consentono. Ma ci sto pensando!».