MINE CHE DIVENTANO “GIOIELLI”. COME NASCE LA SPERANZA

di Antonio Gregolin     -©riproduzione vietata di testo e foto-

DALLE “MINE” DELLA MORTE AI GIOIELLI DELLA SPERANZA

La coraggiosa storia dei coniugi vicentini Brian, che hanno lasciato il loro mestiere di orafi, per aprire  una scuola artigiana per i ragazzi di strada cambogiani.

E’ raro  sentirsi dire da un imprenditore che vive a contatto con l’oro, che può bastargli anche e solo una preghiera. Così come non è comune vedere un uomo di 49 anni, design orafo di Vicenza, cambiare vita per dedicarsi ai ragazzi di strada di Phom Penh in Cambogia.  Ad Igino Brian non gli è bastato adottare quattordici anni fa, Vattanak un bimbo cambogiano dagli occhi profondi e vispi. La terra che gli aveva donato un figlio adottivo, sembrava chiedergli di più. Così quella Cambogia tanto lontana e diversa dalla borghese Vicenza,è diventata ben presto la sua seconda patria: “Qualcosa mi è rimasto dentro quel giorno che dopo essere stato all’orfanotrofio per prendere mio figlio, avviandomi verso l’aeroporto di Phnom Penh per tornarmene in patria, dal finestrino del taxi vidi  il vero volto della povertà…”. “Da allora, quei volti, quelle storie e quel Paese lontano, sono cresciuti dentro di me, tanto che con mia moglie Lucia – racconta Igino-, sentivamo anche a distanza di anni quel silente richiamo d’aiuto. Sembrava che non ci bastasse aver adottato un figlio di quella terra. Non bastava neppure mandare degli aiuti. Eppure, nessuno fino ad ora ci aveva chiesto niente. Forse perché in Cambogia il niente è tutto!”. “Sapevamo però che la vera ricchezza era la nostra esperienza e che gli aiuti sarebbero serviti a poco, se non aiutavamo a crescere quel popolo gente…”.

DALLA VOLONTA’ ALLA REALTA’

La sua non fu una folgorazione: “La fede cristiana ci ha ispirato  –risponde Igino-, ma fu  l’umanità che avevamo sfiorato lì, densa, concreta quanto vera, ad averci aperto il cuore e la mente”. Così quello che dovevamo compiere, maturava silenziosamente in questa coppia che non si fregia ancor oggi di alcuna straordinarietà: “Le risposte che ci davamo, non avevano neppure bisogno di essere discusse”, rispondono i Brian. “Quando decidemmo di partire per la Cambogia – racconta la moglie Lucia Bruni, 47 anni di Vicenza-, ce lo siamo detti con la facilità di chi ha maturato delle irremovibili convinzioni”.

“CI DIEDERO DEI PAZZI!”

Immaginavamo che la risposta a quella chiamata di coppia –  dice  Igino-, potesse sembrare a tutti come una forma di pazzia.  Sapendo che avremmo dovuto di lì a poco chiudere la nostra attività a Vicenza. Qualcuno avrà pensato che lo facessimo perché si profilava una crisi economica? Altri  perché volevamo cambiar vita o portare capitali all’estero? Dubbi scontati in fondo! Ma non era niente di tutto ciò. L’impresa era da subito capire come potevamo iniziare  a costruire ciò che avevamo in mente con i nostri pochi fondi. Pensammo subito al sostegno di qualche missionario italiano in Cambogia”.  Quel loro “colpo di testa” non era altro che l’inizio di un’esperienza che oggi ai due coniugi vicentini strappa un distinto sorriso di soddisfazione e complicità. Agli inizi, furono i missionari del PIME di Milano a porgergli la mano, accogliendoli nella caotica capitale cambogiana, Phnom Penh. I segni della guerra del 1968 tra i Khmer rossi di Pol Pot e il Vietnam, è un retaggio ancora vivo nella società cambogiana del nuovo Millennio: “La guerra era finita già molti anni fa  –raccontano i coniugi Brian-, ma ciò che restava nella vita quotidiana del popolo cambogiano, si mostrava ora come una guerra per la quotidiana sopravvivenza ”. Tredici milioni di abitanti in tutto, che nei tabulati ONU hanno la centotrentesima posizione su 175 paesi. Un livello di povertà del 60%, con il 36% della popolazione locale sulla soglia della povertà. “Il 6% sono ricchi e potenti – spiega Igino- ,  in grado di corrompere l’intera società cambogiana, al limite della democrazia”.

LA CAMBOGIA CHE  SPERA

La Cambogia resta così un mondo nel mondo, in cui i coniugi Brian si sono buttati con la forza della fede e della loro esperienza artigianale.  Questo fu quello che permise  ai Brian  di materializzare il loro sogno: quello di aprire una scuola professionale per ragazzi e ragazze di strada. Alla fine ci sono  riusciti, così che  da cinque anni  a Phnom Penh è aperta  la “salà” (“scuola” in Khmer)”. Oggi l’edificio non ha ancora un nome proprio: “Ma poco importa –ribatte il suo fondatore vicentino-, per un nome c’è sempre tempo. Ciò che  conta,ì è sapere che in  questi  anni sono stati un centinaio  i giovani cambogiani venuti dalla strada, che qui si sono formati ed hanno imparato un  mestiere vero. Un mestiere che gli permetterà di vivere una volta diventati adulti.  Anzi, qualcuno è già diventato insegnante dei suoi stessi coetanei”. Intorno a questa “scuola” pullula  un mondo con cui Igino si confronta quotidianamente: “Qui la prostituzione è diffusa ad ogni livello. Si può trovare “merce umana” dai due anni ai venticinque anni. La stessa pedofilia, i cui clienti non dimentichiamo sono occidentali e asiatici, coltiva in questa povertà la sua risorsa rigenerativa. Chi arriva nella Capitale può trovarsi tra le mani veri e propri cataloghi con tanto di foto, che mostrano chi è  sfruttabile sessualmente,  e chi invece ha una croce perché è già morto o è affetto da malattie”. Album degli orrori dove  l’integrità di un bambino vale 2-3 mila euro, messo all’asta dai suoi stessi genitori per  disperazione. “Non scordiamoci –racconta Igino- che questa è una terra dove se una giovane ragazza che sbaglia prendere un “mototop” con cui la gente si sposta in città, la malavita locale può rapirla avviandola in poco tempo alla prostituzione nei bordelli di Bangkok e facendo perdere di lei ogni traccia. Fatti così , qui sono una aberrante normale quotidianità!”.

ECCO COME DALLE MINE RICAVIAMO GIOIELLI

Una follia che viene  dal basso della condizione umana: “Ecco perché il nostro “Progetto Cambogia” mira a contribuire allo sviluppo personale ed economico di questo straordinario popolo Khmer; cercando di allontanare per alcuni lo spettro della schiavitù, prostituzione, delinquenza, tossicodipendenza, AIDS”. “A Phnom Penh – spiegano-, abbiamo un piccolo appartamento poco distante dai locali della scuola dove ogni giorno i ragazzi arrivano il mattino presto per imparare l’arte e lo stile italiano di creare gioielli”. La loro “salà” è un corso di lavoro di un anno, in cui giovani dai 15 ai 25 anni apprendono un mestiere: “Dopo questo periodo d’apprendistato – dice Igino-, gli alunni vengono “diplomati” e avviati verso una loro autonoma attività”. Quello che magari non sa di fare questi giovani cambogiani, è imparare a sperare nel futuro, lasciandosi alle spalle storie che fanno spesso arrossare gli occhi dei loro “maestri” vicentini.Ma la storia dei coniugi Brian, va ben oltre.

Effetti di una esplosione di una mina su un giovane cambogiano

Loro trasformano “strumenti di morte ”, in simboli di riflessione. Come? “Attraverso quei gioielli in argento prodotti dalle mani operose dei nostri ragazzi che portano i segni tangibili della loro storia. Quella delle mine antiuomo che oggigiorno continuano a mietere vittime in tutto il Paese”. “E’ un’altra piaga della Cambogia –ricorda la signora Lucia -, con un territorio disseminato da dieci milioni di mine tarate a 20 kg, peso di bambino, lasciate dal conflitto tra Kmer e truppe governative che ha provocando più di tre milioni di morti, sono sempre pronte ad esplodere. Le vittime sono di solito bambini e contadini, e la loro tragedia  è un rischio pressoché quotidiano”. “In questo stillicidio centriamo anche noi – denuncia Igino-, visto che molte di queste mine sono di fabbricazione italiana. Una vergogna di cui sentiamo il peso, ma non le dirette responsabilità. Anzi, oggi il nostro progetto sostenuto dall’Associazione vicentina FILEO, ha un preciso messaggio che vorremmo rimbalzasse in Italia. Quando esplodono le mine, la povertà costringe la gente locale a raccogliere quelle schegge di “spoan” ottone rimaste nel terreno.

L’ottone recuperato, è poi rivenduto per essere riciclato come facevamo anche noi nel dopoguerra.  Così noi lo acquistiamo per riciclarlo e farne paradossalmente degli oggetti di bellezza”. Gioielli dalle linee plastiche che sposano lo stile occidentale e orientale, dove tra seta e argento i giovani orafi, incastonano anche il metallo dorato delle mine antiuomo. “Il risultato –spiega Igino-, ha un duplice messaggio; quando poi importiamo l’argenteria in Italia, i guadagni ci servono per sostenere la scuola. Lanciamo così un ammonimento che serve a scuotere anche le coscienze più tranquille. Mostriamo come un oggetto di morte, possa trasformarsi in un segno di speranza e bellezza, e noi riportiamo in Italia quel materiale trasformato che qui era prodotto per uccidere”.

Suona la campanella come in qualsiasi altra scuola e Igino deve così tornare tra i banchi dei laboratori: “Qui non c’è il rischio di sfruttamento –precisa lui-, è talmente poco quello che riusciamo a fare noi per questi ragazzi che, il numero di quanti premono ogni giorno alla nostra porta aumenta di mese in mese. Siamo troppo piccoli di fronte al grande mare dei bisogni in cui ci siamo immersi. Non vogliamo che sia nemmeno una casa d’assistenza; i nostri ragazzi una volta imparato il mestiere, devono costruirsi da soli il loro futuro. Il nostro impegno, finisce laddove le scelte individuali non richiedono una sussidiarietà”. “Ora devo andare –conclude Igino- i ragazzi mi aspettano, ma prima accettate questo nostro piccolo dono. Due piccole colombe d’argento e ottone. La prima è quella che aiuta a sperare. L’altra dorata è ricavata dalle mine, e sta  semplicemente imparando a volare “never again”, come stanno facendo questi nostri giovani allievi.

PER AIUTARE I CONIUGI BRIAN E’ POSSIBILE CONSULTARE IL SITO www.fileonlus.org

3 Responses to MINE CHE DIVENTANO “GIOIELLI”. COME NASCE LA SPERANZA

  1. Oggi ho vissuto una giornata speciale, perché é stata caricata da un’emozione intensa. E’ accaduto leggendo queste storie straordinarie, raccontate con tanta discrezione ed umanità. Mano a mano che proseguivo il significato importante di ogni parola contenuta ha rallentato il ritmo della mia lettura e frase dopo frase, ho cominciato a sentirmi sempre più partecipe dei racconti. Mi sono seduta tra i banchi della scuola cambogiana di Phom Penh, ho dato da mangiare alle capre di Chiara Barboni sul monte Cerbaiolo,ho condiviso la casa di Carmela Chiassi col suo Soldatino francese, son andata a passeggio a Venezia sul ponte di Calatrava e sulle passerelle di corde issate a 7 metri di altezza, agganciate agli alberi dei Monti Pelati. E mentre mi avvicinavo alla fine (non so quanto tempo dopo aver cominciato) mi sono sentita più ricca e più umana di prima. Sono grata ad Antonio Gregolin per aver condiviso anche con me il fracasso che fa la foresta che cresce.

  2. sabine says:

    Questa storia insegna più di una biblioteca o di un’enciclopedia universale.
    Grazie!…e questo blog (scoperto oggi “per caso”) è stupendo :-))

    • Antonio Gregolin says:

      Gentile Sabine il caso o la casualità riserva molte sorprese. spero di essere tra quelle. Grazie a te e aiutami a diffondere queste storie….

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