NEL PAESE DELLE SCOPE VOLANTI

                   -riproduzione vietata di testo e foto copyright 2011-

Gli ultimi “scopettari”  che stanno per entrare  nella leggenda

E’il felice epilogo del film del 1951 Miracolo a Milano”, tratto dal romanzo Totò il buono di Cesare Zavattini), capolavoro indiscusso di Vittorio De Sica, quello delle scope volanti  che invadono il cielo della metropoli meneghina, parodia di una città che oggi invece soffoca nel suo traffico urbano. Per curioso che sia, anni dopo, Steven Spielberg si ispirò a quelle scope volanti per la celebre scena di E.T  in versione bicicletta. Non sappiamo però se quelle scope di De Sica provenissero dalla Valdambra (Toscana), dove da millenni si perpetua la tradizione della fabbricazione delle scope di erica. Qui vantano il primato di produrre le scope più antiche d’Italia.

Sarà lì che forse conservano la formula  per far levare le scope magiche? Non è dato a sapersi, anche se frequentando quella popolazione, il dubbio che la formula sia conservata gelosamente  dentro i piccoli e pittoreschi borghi di Ambra e Pietraviva (Ar), incastonati negli Appennini, c’è eccome! Siamo nella patria incontrastata delle scope fatte con fasci di saggina. Un avamposto della tradizione come ultimo caposaldo di una sapienza artigiana, ormai quasi estinta. Luoghi semplici dai sapori antichi, dove le gesta quotidiane profumano ancora di una storia  come si scorge osservando il mestiere degli ultimi artigiani “scopettari o scopaioli”.


Se poi da queste parti chiedete in giro dove sia  “Bruna, la Mirella o Mario?” tutti vi rispondono: “A far granate!”. Questo potrebbe non rassicurarci, sentendo il termine, ma  fanno presto a spiegarti che in pratica è il termine vernacolare con cui qui chiamano i fasci di “saggina o erica scoparia “. “Ma che avete capito, – rassicura la gente di queste valli -,  le nostre granate non fanno male a nessuno. Al massimo, servono per un colpo al fondo schiena…”.


“Se le vere guerre fossero tutte così a di colpi scopa, -scherza Bruna Bianconi , 68 anni, costruttrice di scope-, c’è da scommetterci che non ci sarebbero morti e noi avremmo assicurato per molti altri anni ancora, questo  nostro mestiere che sta  per sparire. Anzi, è ormai scomparso, visto che noialtre siamo le ultime…”. Anche se qui, nelle valli boscose tra Siena ed Arezzo i borghi antichi e i mestieri artigiani sembrano proprio non volersi arrendere al tempo, la globalizzazione fa arrivare i suoi contraccolpi. Fatali, per un’attività che ormai conta appena una decina di artigiani. Ad accrescere il fascino del luogo che visitiamo, sono  grandi cataste di saggina  che somigliano a case abitate da personaggi delle fiabe.

“Granate” ben accatastate e pronte a partire per i mercati italiani. Nemmeno il mitico Herry Potter avrebbe trovato fortuna da queste parti. Questa è gente disincantata  che mostra i suoi anni e le fatiche di un mestiere che nessun altro vuole fare.  Nessuno dei giovani intende oggi occuparsi di queste cose. Loro vanno altrove, nelle città,  lasciando il piccolo paese d’Ambra nelle mani agli ultimi baluardi di una tradizione che nei secoli passati ha fatto la gloria di questo scampolo di terra .Un mestiere quello di fabbricare scope a mano, che oggi sopravvive in  piccoli laboratori,  ancora in grado di produrre fino a 150 scope  al giorno.

“Le nostre “granate” sono speciali, – afferma con orgoglio Mirella Galimberti, 55 anni,  un’artigiana che ha ricavato il suo laboratorio sotto  un antico portico di  casa -, perché la nostra  fortuna sta nell’avere la materia prima naturale, l’erica scoparia (8 specie diverse sono quelle presenti in Italia) che cresce spontaneamente in questi boschi. Ancor oggi questa particolarità permette di far volare il nostro prodotto fino all’estero con un incremento commerciale che però non lascia molte illusioni sul futuro”. I gesti sono gli stessi di sempre e le scope toscane hanno un  metodo di  lavorazione che parte dal bosco e finisce poi negli sgabuzzino di casa  nostra. Si inizia con l’andare nei boschi dove si falcia l’erica arborea  per poi si essiccarla al sole dividendola in maschi e femmine. “Avete capito bene, –  sottolinea la signora Bruna-, le scope possono essere “maschi o femmine” per vie delle due varietà di erica scoparia che qui raccogliamo nel bosco”. Gli uomini tornano in paese a sera con il loro cargo di fasci d’erica, mentre le donne  rimangono in casa a fabbricare “granate”. Le più brave riescono a confezionarne una in meno di un minuto, con abili e precisi gesti. Peccato solo che questo lavoro permette a malapena di sopravvivere, e la pubblicità stia “spazzando” via un mestiere che non è più competitivo.

La colpa in fondo, è l’avvento delle moderne scope di plastica. “I tempi son davvero cambiati, – sottolinea  Cinzia Sani, una commerciante il cui bisnonno commerciava scope già un secolo fa – dal boom degli anni ’60, quando cioè in paese erano decine gli artigiani come noi. Resta un lavoro povero che richiede sacrificio, e il guadagno è rimasto identico a quello di un decennio fa. Una scopa fatta interamente a mano, costa al produttore non più di sessanta centesimi. Fate un pò voi!  Ancora troppo se si considera  l’insidia che questi artigiani debbono fronteggiare con l’avvento della concorrenza cinese.” Dalla Cina, infatti, giungono le scope di bambù che hanno soppiantato quelle tradizionali dei nostri negozi. In tutta Italia, ormai le scope sono “Made in China”. Anche loro, gli spazzini ovvero i clienti più tradizionali della Valdambra, sembrano aver tradito le “granate” italiane per le scope cinesi, meno durature ma più economiche.

“E’ un problema che  crea svantaggi culturali e ambientali” dicono gli artigiani.  “Cominciando dalla pulizia dei boschi, che sono sistematicamente abbandonati con il rischio d’incendio. L’unica vera scopa ecologica che va contro ogni pubblicità, rimane quella della Befana,  visto che si utilizzano le verghe, le foglie come concime, gli scarti e la stessa scopa può diventare legna da ardere una volta consumata.” “Non resta che consolarci con  un piccolo momento di gloria di due anni fa, -conclude Cinzia Sani- , quando Benigni ci  chiese la fornitura di  centocinquanta scope per la scenografia del film “La vita è bella” cui poi hanno dato l’Oscar.”Purtroppo però, la  mitica “Nimbus 2000” di Herry Potter, non ha saputo fare di meglio per incrementare le vendite. Qui le scope volano davvero, ma sui carghi aerei con destinazione Svizzera e Germania, dove quelle italiane sono assai ricercate. Come a dire che: la scopa del vicino è sempre la migliore! Nella Valdambra intanto, il tempo passa e c’è chi in maniera sibillina spiega come presto, molto presto, questo mestiere scomparirà prestissimo dalla Valle. “Diventerà un ricordo perché non ci sarà più nessuno disposto a trasmettere l’arte artigiana delle “granate”. Allora, anche la fantasia delle fiabe dovrà cercarsi un mezzo con cui sostituire quella semplice quanto utile scopa di erica. L’unica differenza allora,  la facciamo noi consumatori da supermercato, quando nel momento di scegliere una scopa per casa ci poniamo la questione: la vogliamo italiana o preferiamo quella cinese. Da questa scelta dipende il futuro di un manipolo di artigiani e della loro tradizione che alimenta ancora la fantasia di mezzo mondo.

____________________________________________________

LA “SPASAORA”  VENETA

Paese che vai, scope che trovi! Pare di sì, visto che i modelli sono gli stessi  benché cambino i materiali. Alle più illustri “granate” toscane, nel Veneto esiste un’altrettanto antica tradizione: quella delle “spasaore”.  “Far scoe da ara o cusina, – racconta Osvaldo Toffanin, 70 anni di Montegaldella (Vi) – era un’abitudine  che occupava il tempo invernale, quello dei filò accanto ai focolari o nelle stalle, di  quasi tutti i contadini.

Oltre che una tradizione, allora per noi era una  consuetudine che si tramandava di padre in figlio.Fu mio padre all’età di quindici anni – continua l’agricoltore-  ad insegnarmi come raccogliere le “naje de grena” i fasci di saggina, e raddrizzarle con una stecca di legno per poi legarle assieme, seguendo poche regole pratiche e un pizzico d’esperienza…”Abili mani che sapevano intrecciare “strope” di salice o saggina , sembrano oggi avere perso l’antica dimestichezza: “Ancò semo tuti pì siori – commenta ironicamente Meneghini-, così che farse le scoe ze masa fadiga e ze un lavoro da poareti!” Toni  Pierantoni, 72 anni da poco, sebbene ammetta che in casa sua ormai le scope non siano  più come quelle che lui costruiva, la soddisfazione di poter scopare il cortile con una “spasaora” non gli è passata.

“Quando ze el momento, -dice il contadino veneto -,  qualche vecia scoa ea salta sempre fora, anca parchè non me so desmentegà de come le se fa!” Come ogni inverno, questi temprati contadini sono soliti a sfrondare  le siepi cercando verghe  di salice o sandena : “Ormai anca voendo far scoe, non te cati più  i grandi  siesoni de sti ani, e tutto ze deventà come un deserto!” Nel frattempo, il vero problema è che  nessuno dei loro nipoti sembra più mostrare interesse per l’arte dei nonni: “Figuremose  se i ga voja de far fadiga – replica Meneghini-, i gà ea teevision che ghe insegna tutto!”

Nessuno di loro saprà più a cosa servisse il “tamaro”, impiegato allora per raddrizzare i rami delle “scoe da ara”.  Si  perderanno quei piccoli segreti, come “el saper tajare il legno quando caea la luna …” dice Osvaldo Toffanin. Allora si dirà: “C’erano una volta i costruttori di scope…”, così i nostri  giovani maghetti del video, non sapranno mai che le sementi raccolte dopo aver pettinato con la “streja” i fasci di saggina, erano dati in pasto alle tacchine in cova perché ricchi di sostanze nutrienti.


“Non ze soeo questo, – risponde Toni Pierantoni- , ze drio n’andare a ramengo tutta la cultura dei campi e dea campagna!”. Non ze rimasto ormai pì gnente de queo che fasevimo stì ani…”. Salviamo le scope dunque, per salvare uno scampolo di cultura: per questo qualcuno sta  già pensato ad un originale  marchio : dopo il D.O.C arriva oggi il “D.O.F.” (Denominazione Origine Fantastica). Per dire che le “spasaore venete come le granate toscane”, sono il simbolo di una civiltà  prossima alla scomparsa.

 

 

 

 

 

 

 

 

12 Responses to NEL PAESE DELLE SCOPE VOLANTI

  1. RAPELLO TIZIO says:

    Speriamo non scompaia la tradizione…
    Io personalmente,appena vedo queste scope nei mercati e nelle sagre le compro : ne ho un discreto numero,comprate in Italia in Europa , nel mondo !
    Chi mi sa dire come contattare i fabbricanti di “granate” e “spasaore”?
    VORREI COMPRARLE !
    GRAZIE

  2. loredana says:

    sono bellissime vorrei aquistaer 10 15 scope comwe fare

  3. Pingback: LA GLOBALIZZAZIONE, LA CINA E LE SCOPE DEI CONTADINI « Q U E S T I O N I * Carlo Turco blog

    • Antonio Gregolin says:

      Se c’è questo, significa caro Turco che rimane ancora qualche speranza per il nostro artigianato. Il problema è cosa i nostri “italiani” scelgono! A vederli, scelgono le scope cinesi…purtroppo!

  4. Il citto de beppe says:

    Intervengo nuovamente per una precisazione botanica. Ho apprezzato molto l’articolo, da figlio di scopaio (scopettario non l’ho mai sentito dire) testimonio per autentico il quadro descritto. Sono un po pignolo, me ne scuso, tuttavia non è affatto il desiderio di criticare, semmai quello di lodare e di contribuire per quel poco che posso.

    Da wikipedia.

    Erica scoparia L., 1753, comunemente detta scopa, è una delle otto specie di Erica presenti in Italia, è presente lungo i litorali occidentali italiani e sui rilievi prossimi alle coste, dalla Liguria al Lazio, se ne conoscono due piccoli subareali disgiunti in Emilia-Romagna (nella fascia collinare a Sud di Imola) e in Abruzzo. In Toscana e Liguria, dove è abbastanza frequente e talvolta assai abbondante, forma spesso fitte e impenetrabili macchie assieme all’erica arborea.

    L’Erica scoparia viene anche comunemente chiamata scopa femmina, mentre l’arborea è detta scopa maschio.

    È da tempi remotissimi usata per la costruzione di scope, ramazze e granate e per i tetti delle capanne. Ha una facile infiammabilità ma è anche fra le prime specie che ricolonizzano i terreni arsi dagli incendi.

    Fiorisce verso maggio.

    I terreni preferiti sono quelli acidi.

  5. ernesto sparalesto says:

    “maschi o femmine”.
    Allora un’altra curiosità lessicale. La socpa e MASCHIA E FEMMINA ma sempre al femminile. La “maschia” è l’erica Arborea, meno pregiata ed utilizzata nel cuore della granata per dargli consistenza. La “femmina” è l’erica scoparia, utilizzata per la parte esterna della granta perchè più funzionale e resitente all’usura.
    L’erica non viane “falciata” ma tagliata con il “Pennato” un macete con una forma particolare, una lunga lama a forma di L maiuscola, ricavato dal fabbro su indicazioni dello scopaio (lunghezza e gradi di apertura della parte terminale rispetto alla lunga parte dritta) da una balestra in accianio di un camion, sicuramente residuato bellico della seconda guerra mondiale. V’è poi la Zerbina che dovrebbe essere un’altra varità di erica che impesta i bosci dove si tagliano le scope, cresce isieme alla maschia ed alla femmina e ne ostacola la raccolta costringendo a selezionare i singoli cespugli, perchè con la zerbina non si possono fare le granate. Quel bosco è pieno di zerbina, vale poco!

    Diversi sono poi i tipo di granate che sipossono produrre:

    ci sono le “tonde” altrimenti dette “due fili” per distinguerle dai “tre fili”. Sono tutte granate di forma rotonde, cuore di maschia e rivestimento di femmina con due o tre legature. I tre fili sono più pregiati e di peso un po maggiore. Le “scope a zampa di lepre” sono sempre di forma rotnda, sono tutte di femmina, hanno tre legature e hanno da una parte un ciuffetto di femmina più corta. Prima di adoperare la scopa a zamoa essa viene bagnata abbondantemente e pressata in punta in modo che assuma la forma di una zampa di lepre per aumentarne la superficie di contatto e spazzare più agevolmente. Il “tre fili” consente un inserimento del manico più stabile e tenace rispetto ai due fili. Per gli allevamenti di suini si fabbricavano “le piatte”. La piatta è una granata fatta da tre spazzoni di scopa femmina legati a una legatura e poi uniti da due ulteriori legaure a mazzetti di tre. Il mazzetto era fatto però non in forma cilindrica ma bensì facendo in modo che i tre mazzetti restassero tutti e tre in fila, in modo da ottenere una scopa piatta, (non rotonda) appunto. Particolare anche la spedonatura. La spedonatura è l’operazione con la quale si pareggiavano dal lato manico i fili di erica che componevano la scopa. Bene le piatte erano tagliate anche dalla parte destinta al contatto con la superfice da spazzare in modo da ottenere un effetto spatola, pratico per spazzare le deiezioni dei suino (dei maiali). Per spedonare si usa lo scurcino. una scure di modeste dimensini con un manico corto. Le grante venvono appoggiate su un tronco di quercia tagliato ad altezza adeguata e, a mo di mannaia, lo scurcino ne pareggia i fili che le costituiscono.

    • Antonio Gregolin says:

      va a finire che faremo un simposio sulle scope.

    • Antonio Gregolin says:

      vale la stessa risposta per tutti. Semmai manda una mail e gliela girerò. Più di quanto c’è scritto, però…

  6. Rinaldo says:

    La tradizione va avanti con queste scope di erica,mia nonno le faceva gia nel 1907.
    e la storia continua……..

  7. Una tradizione che speriamo qualcuno tenga, mi ricordo ancora quando la nonna le costruiva. Duravano una vita!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *