LA FAMIGLIA CHE SPOLVERA LA STORIA

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LA FAMIGLIA CHE SPOLVERA LA STORIA

Quando la storia è  passione, dedizione e famigliarità

C’è chi passa alla storia per gesta eroiche. E chi più semplicemente, “salva” la storia con piccole azioni per coscienza civica. Azioni personali, che possono diventare famigliari, generazionali e nazionali. E’ il caso della famiglia Zen di San Giacomo di Romano d’Ezzelino (Vi), alle porte della Valsugana, che fanno del loro appuntamento con la storia, un momento di condivisione non appena il clima, la montagna e oggi la pandemia, lo consentono. Essere una famiglia che ripulisce la storia, per loro è un fatto del tutto naturale e istintivo. Nessuno glielo chiede, e non pretendono ricompensi o ringraziati: «Lo facciamo per soddisfazione e basta!» dice il capostipite. Così per papà Claudio 56 anni, escavatorista, con i suoi tre figli, Anna 22, Davide 18 ed Eva 12 la più piccola, ripulire i cippi commemorativi della Grande Guerra per non far cancellare la memoria di chi ha perso la vita tra le montagne del Monte Grappa, è un atto di coscienza. Una missione famigliare iniziata dieci anni fa: «A oggi siamo arrivati a una quarantina di cippi ripuliti –racconta soddisfatto papà Claudio-, e ne abbiamo altri in cantiere».

 Agli inizi, tutto era spontaneo e fortuito. Oggi invece si sono specializzati grazie all’esperienza sul campo, al punto da essere contattati dagli stessi comuni a mettere mano ai cippi dimenticati. «Il nostro è volontariato -precisa Claudio-, e il nostro tempo va alla memoria nazionale e individuale». Trovare un’intera famiglia con questo spirito però, non lascia indifferenti. E l’esempio dei Zen passando di bocca in bocca, si è trasformato in inaspettati riconoscimenti, civili e militari. Italiani come stranieri, incluso quello dell’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che li ringraziò per il servizio reso alla Patria. Ai tre ragazzi poi è arrivata l’onorificenza più prestigiosa: la spilla d’oro conferita nel 2015 della prestigiosa Croce Nera Austriaca. Ma papà Claudio insiste: «Non facciamo cose speciali. Puliamo quello che la storia e prima ancora gli uomini, tendono a cancellare».La contabile operativa della famiglia è la giovanissima Eva, che ricorda ancora quella prima volta che papà la portò davanti a un ceppo: «Avevo cinque anni, quando in compagnia dei miei due fratelli, andammo a ripulire una lastra di pietra su cui non si leggevano più le scritte. Alla sera, il cippo sembrava risplendere!». Memoria e rispetto per la storia, che papà Claudio ha respirato fin dalla tenera età, quando nella sua famiglia di contadini, il nonno Francesco e Giuseppe tornati vivi dalla Prima Guerra Mondiale, gli raccontavano l’esperienza vissuta al fronte. Così il piccolo Claudio è cresciuto a pane, latte e storia. 

Ma vi è una data e un nome preciso alla base della sua folgorante volontà: «Fu durante l’Adunata Nazionale degli alpini di Bassano nel 2008, dove partecipavo con la mia divisa storica da ardito del 1918, interamente confezionata con le mie mani, che ebbi l’incontro che mi segnò la vita. Fu con Cristiano Dal Pozzo di Rotzo (mancato nel 2016 a 102 anni), alpino del deserto che aveva vissuto nel’43 la Guerra d’Africa. Il vecchio alpino gli disse un giorno che “fin da giovane andava a ripulire i cippi militari sull’Altopiano, perché gli pareva di ridare vita ai caduti”. Per Claudio fu un’illuminazione: «Quella frase del vecchio alpino mi risuona tutt’ora dentro, al punto da custodirla come una consegna storica». C’è qualcosa d’intimo nelle parole che descrivono il suo modo di fare. Lo si intuisce ancor di più, non appena lo si vede all’opera, mentre ripulisce una lapide, con una delicatezza che va oltre il restauro: «L’ho insegnato anche ai i miei figli, che non stiamo ripulendo solo una pietra, ma un pezzo di storia». «Non vi è piacere più appagante, mentre fatichi nel ripulire una lapide, di provare questo!». 

«Il riconoscimento più bello –conclude Claudio- , resta sempre quello che ci giunge dalla gente comune che, prima si avvicina incuriosita, e poi mi riempiono di domande, finendo col dirci “grazie per quello che facciamo!». Convinti come sono, che la storia si possa fare anche con piccoli gesti. Intrisi però  di significato, come il loro operato.

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